Amici da vent'anni, Max (Jean Gabin) e Riton (René Dary) stanno aspettando il momento giusto per piazzare i lingotti d'oro trafugati a Orly poco tempo prima. Ma per farsi bello con la sua ballerina Josy (Jeanne Moreau) l'incauto Riton si lascia sfuggire che sono stati loro a fare il colpo milionario. Josy non perde tempo e spiffera tutto a Angelo (Lino Ventura), capo di una banda di spacciatori di droga. Tra le due gang si scatena la bagarre per assicurarsi il bottino,
le grisbi.
PARIGI 1953 nell'ambiente della mala.... Si apre con questa didascalia
Touchez pas au grisbi, probabilmente uno dei noir più famosi di tutti i tempi, senz'altro il primo noir compiutamente francese della storia del cinema (senza tuttavia dimenticare che esiste una lunga tradizione di pellicole d'oltralpe di argomento criminale, dalla saga feuilladiana di
Fantômas degli anni '10 alla brumosa stagione del realismo poetico, passando per le trasposizioni delle inchieste di Maigret dei primi anni '30). Adattamento del clamoroso successo editoriale pubblicato dalla Série noire nel 1953 (l'omonimo romanzo di Albert Simonin fu il titolo della serie più venduto in assoluto),
Grisbi interpreta infatti i codici del noir con una sensibilità squisitamente francese: attenzione alle sfumature dei caratteri, propensione alla descrizione psicologica, tratteggio delle relazioni non esente da un certo romanticismo (retaggio del realismo poetico) e una globale inclinazione a ritrarre non soltanto dei personaggi in azione, ma individui calati in un contesto preciso, il
milieu, dipinto con particolare realismo ed esattezza.
Contattato dal produttore Dorfmann, Jacques Becker pare volesse François Périer come protagonista, ma basta un incontro con Gabin per cambiare idea: l'esperienza e lo sguardo ancora fulminante del cinquantenne Jean si adattano perfettamente alla disillusione non rassegnata del personaggio che deve interpretare. A lui si aggiunge un cast di comprovata affidabilità (René Dary, Paul Frankeur, Denise Clair) e un paio di volti dall'avvenire luminoso: Jeanne Moreau nei panni della ballerina delatrice Josy e l'esordiente Lino Ventura nel ruolo di Angelo, capobanda senza scrupoli che spaccia droga e tira bombe a mano con la stessa disinvoltura con cui lancia un mazzo di chiavi a un amico.
Chiamato a portare sul grande schermo un romanzo così circostanziato come quello concepito da Albert Simonin (ex taxista profondo conoscitore del milieu), Becker sceglie una formula intermedia tra la fedeltà e la trasfigurazione: se la traccia narrativa è sostanzialmente riprodotta, il modo in cui i luoghi sono inquadrati e illuminati tende a caricare le situazioni di un'aura quasi sognante. Pur non rinunciando alla rappresentazione meticolosa del contesto notturno in cui i
truand si muovono e rifuggono la legalità, Becker aggiunge un surplus di stilizzazione che trasforma gli spazi in ambienti esemplari, teatri evocativi in grado di "fare immaginario" ben oltre il loro valore referenziale.
Grisbi forgia un'iconografia paradigmatica, insomma, fatta sì di night club e strade illuminate, ma immersa in un'atmosfera malinconica e, per così dire, magica (peraltro amplificata dal reiterarsi del celebre tema musicale).
Ma qual è il cuore antropologico di questa epopea di
truand sempre sconfitti mai vinti? Che cosa li spinge a presentarsi il giorno dopo al ristorante di Mère Bouche alle una? Semplice: i sentimenti, gli affetti. Una fiducia negli esseri umani che, magari parcellizzata e consegnata in segreto ora all'uno ora all'altro, ha dello strabiliante, dell'eroico. Sembra che nessun tradimento, nessuna vigliaccata, nessuna meschinità passata o presente impedisca a questi uomini (e donne) di credere gli uni negli altri, di scambiarsi confidenze, di continuare a cercarsi. Anche quando la certezza di essersi legati a qualcuno che commette sciocchezze su sciocchezze è ormai assodata, ebbene nonostante tutto l'amicizia e l'affetto costringono a giocare il tutto per tutto. Costi quel che costi,
grisbi compreso.