giovedì, 27 marzo 2008

The Quiet Family (1998) di Kim Jee-woon

http://www.davelgil.com/korea/movies/quiet_back.jpg


La famiglia Kang (padre, madre, zio, un filgio e due figlie) si trasferisce in una grande casa in montagna, convertendola in locanda per escursionisti. Inizialmente i clienti scarseggiano, ma è un bene, perché quando iniziano ad arrivare muoiono come mosche, magari con un piccolo aiuto da parte della quieta famiglia.



Lungometraggio d'esordio di Kim Jee-woon, The Quiet Family è una commedia nerissima magistralmente orchestrata da Kim e splendidamente interpretata da un parco attori in stato di grazia (spiccano le prove del sornione Choi Min-sik e del pasticcione Song Kang-ho). Ma l'autentica protagonista è la casa-locanda: uno spazio penetrabile e percorribile da qualunque parte e in qualsiasi direzione, vero e proprio ricettacolo di sorprese di ogni tipo (da suicidi inaspettati a inopportune ricomparse, da equivoci fatali a sgambetti micidiali) e artefice compiaciuta della catena di morti bizzarre che si accumulano inesorabilmente sotto il suo tetto. E' lei, perfidamente divertita, a fare il soddisfacente body count.



Un film di ghignante eleganza, in piena black comedy, a un solo passo dal grottesco. Soundtrack ecletticamente trascinante (Delinquent Habits, Stray Cats, Harry Nilsson, Patridge Family).
postato da: alespiet alle ore 12:56 | link | commenti (2)
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mercoledì, 26 marzo 2008

The Foul King (2000) di Kim Jee-woon

Impiegato di banca umiliato dal severissimo capo, Dae-ho cerca un riscatto personale nel wrestling. Il manager della palestra lo accoglie a una condizione: deve diventare un "foul king", il re degli imbrogli, un lottatore pagliaccio pronto ad ogni scorrettezza. Dae-ho accetta e inizia ad allenarsi duramente...



Assolutamente fenomenale il secondo lungometraggio di Kim Jee-woon, un ininterrotto carosello di situazioni funamboliche e divertentissime in cui Song Kang-ho (nel primo ruolo da protagonista della sua sensazionale carriera) sfoggia una fisicità semplicemente strabiliante. Sul ring è proprio lui che mena e incassa colpi all'impazzata, scalcia come un mulo, si lancia dalle corde a volo d'angelo e commette le peggio scorrettezze. Un vero e proprio wrestler con qualche chilo in meno. Portentoso.



Tutto il film si basa su una gigantesca allegoria, ovviamente: il wrestling enfatizza in chiave caricaturale l'aggressività e la lotta che nella vita di tutti i giorni l'uomo senza qualità è costretto a sorbirsi. Ma la componente metaforica è molto meno banale di quanto sembri: attribuendo ad uno sport d'importazione come il wrestling (di chiara matrice statunitense) un significato apparentemente liberatorio, il film suggerisce una sorta di colonizzazione dell'immaginario, una fantasia di rivincita in cui i sogni di gloria sono irrimediabilmente americanizzati. Senza moralismi, ma come un semplice dato di fatto.



Kim Jee-woon gira in modo strepitoso, rovesciando totalmente i parametri spaziali: la città e il posto di lavoro diventano luoghi angusti, oppressivi, incapsulanti, mentre il ring si trasforma in un'arena sconfinata pronta ad accogliere qualsiasi evoluzione e acrobazia i corpi siano capaci di compiere. L’uso della macchina a mano è di una disinvoltura semplicemente inaudita, il montaggio imbastisce un ritmo sostenutissimo e, dulcis in fundo, non mancano forchettate copiosamente gore. Un film che testimonia l'avvenuta maturazione di Kim Jee-woon, che a 35 anni, anche se non lo ostenta, è già un maestro. Letteralmente imprescindibile.

postato da: alespiet alle ore 10:19 | link | commenti
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venerdì, 21 marzo 2008

You Shoot, I Shoot (2001) di Pang Ho-Cheung

Sicario di acclarata fama ma un po' a corto di denaro, Bart è a caccia di clienti e tempesta di telefonate tutti i conoscenti per sapere se desiderano far fuori qualcuno. Una donna in cerca di vendetta per essere stata ripresa durante un incontro erotico occasionale gli commissiona un omicidio, ma con un'importante clausola: deve filmare l'esecuzione. Dopo un primo insoddisfacente tentativo, per farsi aiutare nel successivo videoassassinio, Bart incastra Chuen, un giovane aspirante cineasta patito dei film di Martin Scorsese. Inizia così la loro carriera di ricercatissimi shooter...



Delirante e irresistibile parodia dei killer movie, You Shoot, I Shoot prende di mira soprattutto due modelli cinematografici: uno è lo stereotipo del sicario cool, emblematicamente rappresentato dal Jef Costello di Le samourai di Jean-Pierre-Melville, l'altro è il cinema violento e ipercinetico di Martin Scorsese, un cinema che, come noto, ha profondamente influenzato l'estetica dell'action hongkonghese.
Se l'omicidio d'apertura è un vero e proprio calco melvilliano (il killer avvolto nel trench beige, la frase fatale sibilata alla vittima prima dell'esecuzione, la ripetizione filologica delle inquadrature), il resto del film scherza con questi modelli alti senza troppa insolenza ma con un gusto per la farsa e l'assurdo così gioioso e sconclusionato da far dimenticare del tutto il gioco parodistico.
Le sequenze delle esecuzioni diventano il pretesto per inventare soluzioni visive spericolatissime e per intrecciare cinema e video (è infatti con una telecamera che Chuen filma gli omicidi) in una sarabanda di sgargiante comicità. Una spruzzata di erotismo caricaturale, un pizzico di humour demenziale e un'infarinatura di postproduzione video danno infine a questa pazzoide farsa metacinematografica un tocco supplementare di follia. Consigliatissimo.
postato da: alespiet alle ore 12:26 | link | commenti (4)
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A Bittersweet Life (2005) di Kim Jee-woon

Sun-woo è il fidato braccio destro di un boss della mala, per cui lavora da sette anni. Incaricato di sorvegliare la giovane amante del capo, commette un grave errore: anziché comunicargli che la donna lo tradisce, copre l'infedeltà concedendo alla ragazza una chance di salvezza. Ma il boss viene comunque a scoprire la verità e per Sun-woo sono guai...



Ennesimo pezzo di bravura del sovrumano Kim Jee-woon, A Bittersweet Life è un film di pure superfici. Carrozzerie tirate a lucido, parabrezza riflettenti, specchietti retrovisori, vetrate a tutta parete, asfalto bagnato, piste di ghiaccio, pavimenti splendenti: un universo smaltato in cui la sola cosa che conta è l'immagine riflessa dagli altri, la reputazione.

 

In questo scenario "incapsulato" non c'è spazio per i sentimenti autonomi: ogni  comportamento deve uniformarsi alla regola stabilita dal boss e la più piccola infrazione deve essere punita in modo esemplare. Tuttavia l'errore più macroscopico di Sun-woo non consiste tanto nel coprire l'infedeltà della giovane amante del capo, quanto nel non afferrare la vera natura del suo gesto: la ribelle autenticità del sentimento provato per la ragazza. Lui lo nega a se stesso per preservare quell'immagine riflessa che gli dà sicurezza, ma ormai l'infatuazione proibita ha fatto breccia. Non resta che il faccia a faccia. Prima col boss, poi col proprio riflesso.



Kim gira questo noir/action guardando da una parte al Melville di Un flic (Notte sulla città) per la caratterizzazione della figura di Sun-woo (Lee Byeong-heon) e per le atmosfere di tensione sottopelle, dall'altra al cinema americano neohollywoodiano e contemporaneo (Scarface di De Palma, Manhunter di Michael Mann Kill Bill di Tarantino) per la dirompenza cinetica e per il parossismo della violenza. Ne esce un film strepitoso, irrorato di vendetta sanguinaria e di raggelato romanticismo. Senza rinunciare a parentesi di grottesca, irresistibile comicità. Stupefacente sontuosità cinematografica.

postato da: alespiet alle ore 11:09 | link | commenti
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mercoledì, 19 marzo 2008

A Tale of Two Sisters (2003) di Kim Jee-woon



Rivisto per la sesta o settima volta, ho perso il conto.



Solo una cosa: Kim Jee-woon fa di ogni inquadratura lo spazio di apparizione del mistero: l'essenza orrorifica del cinema. Puro piacere cinefilo dal primo all'ultimo minuto. Score da brividi e interpretazioni semplicemente esaltanti.

postato da: alespiet alle ore 08:47 | link | commenti (4)
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domenica, 09 marzo 2008

Someone Behind You (2007) di Oh Ki-hwan



Un’incredibile catena di sciagure e tentati omicidi mette Ga-in, una studentessa felicemente fidanzata con un giovane dottore, in uno stato di continua apprensione. La sua angoscia cresce quando viene a sapere che, tramandandosi di generazione in generazione, una maledizione grava sulla sua famiglia. Da allora, come le suggerisce Suk Min, un misterioso coetaneo che le ronza intorno, inizia a diffidare di chiunque.



Pur indulgendo nello "stile Ikea" (con lenti movimenti di macchina a esplorare spazi elegantemente illuminati), Oh Ki-hwan tiene sotto controllo la temperatura emotiva del film, piazzando di quando in quando zampillanti bagni di sangue e gocciolanti apparizioni. Pregevole il modo in cui il regista orchestra il gioco di sguardi, distillando soggettive intimorite e carrellate inquietanti, riuscendo così a creare un clima di angoscia permanente. E anche se la materia non è di primo pelo e il sospetto del moralismo sfiora la coscienza dello spettatore, le continue sterzate del racconto e la lenta disgregazione del nucleo familiare assicurano a Someone Behind You quel tanto di irrequietezza sovversiva che, unita a un ritmo serrato e a un congruo litraggio di sangue, fa la felicità degli appassionati del genere. Occhio alla camminata iniziale: è molto meno neutra di quanto sembri. Il film è tratto dal fortunatissimo comic book Two People, opera del rinomato autore di manhwa sci-fi Kang Kyung Ok.

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mercoledì, 05 marzo 2008

The Blackout (1997) di Abel Ferrara



Matty, divo strafatto del cinema hollywoodiano, torna a Miami dopo un periodo passato sul set. Qui incontra Annie, sua compagna, alla quale chiede di sposarlo. Lei non solo si rifiuta, ma, dopo avergli rivelato/ricordato che l’ha costretta ad abortire, lo pianta. Per lui inizia una discesa nel vortice della droga e dell’alcool che lo conduce all’incoscienza. 18 mesi dopo: Matty è a New York e vive con Susan. Si è disintossicato e la serenità sembra finalmente riconquistata, ma un terribile incubo ossessiona la sua mente. Deve tornare a Miami e rivedere Annie per capire che cosa lo tormenta.


Dopo The Funeral (1996), The Blackout: film nerissimo, abissale, ancora più stringente di The Addiction (1995), ancora più sbilanciato di Snake Eyes (1993). Scritto insieme allo psichiatra Christ Zois e all’amante Marla Hanson, Blackout muove da un’idea cinefila (l’Hitchcock di Vertigo come scintilla iniziale) per deragliare immediatamente in diario intimo, in spudorata trascrizione autobiografica (il film mette in scena, stando alle dichiarazioni di Matthew Modine, la rottura tra Abel e Marla), complicata da una riflessione sui limiti della rappresentazione tanto incerta e velleitaria quanto affascinante.



Acclamatissima star hollywoodiana, Matty (Modine) sacrifica tutto all’apparenza, facendo della sua vita un gigantesco schermo su cui proiettare desideri senza responsabilità o profondità: si sballa di brutto, tradisce ripetutamente la compagna e la costringe ad abortire, dimenticandosene subito dopo. Desiderio senza memoria, semplice grammatica libidinale, Matty non regge l’abbandono di Annie (una Béatrice Dalle prorompente e provocante più che mai), per lui il dolore della perdita è letteralmente insopportabile, disperazione da soffocare con alcool e droga fino allo scivolamento nell’incoscienza, cortocircuito allucinatorio in cui il desiderio si installa in permanenza nella realtà.



In questo naufragio tossico è spalleggiato da Mickey (Dennis Hopper), proprietario di un locale notturno e sedicente videoartista alle prese con il rifacimento hard di una pellicola del 1955: Nanà di Christian-Jacque, già morboso adattamento del romanzo di Zola. Il mefistofelico Mickey fomenta il cupio dissolvi di Matty, sprofondandolo in un baratro di perdizione narcotica che culmina in un “atto puro” e indicibile, irrappresentabile. Cancellazione. Neve televisiva. Pixel. Poi il tentativo di tornare indietro, di riavvolgere il nastro, doloroso, lancinante rewind. La vita ripulita con Susan (Claudia Schiffer, l’immagine raccapricciante della normalità) a New York non serve a niente, a nulla valgono le sedute di psicoterapia, la sola soluzione è tornare a Miami, guardare in faccia la verità. Un video. Di nuovo il monitor, di nuovo pixel, ma stavolta non disgregati e formicolanti, stavolta compatti e devastanti: implacabili.



Video della crudeltà (Artaud: “La crudeltà è prima di tutto lucida, è una sorta di rigido controllo, di sottomissione alla necessità”). Di fronte alla purezza del proprio atto Matty crolla, schianta, frana, sperimentando quel “cieco precipitare verso la perdita, che è il momento decisivo della religiosità” (Georges Bataille). Lo attende l’immensa oscurità del mare: inchiostro, petrolio, fluido atrabiliare in cui immergersi e svanire, ritrovando nella dissoluzione annegante l’unità originale. "E il naufragar m’è dolce".



N.B. Blackout può contare sulla strepitosa fotografia, scissa tra squilli di luce al calor bianco e vertiginosi tuffi nella pece, di Ken Kelsch, sulle musiche “cool” (virgolette di disprezzo per il termine) di Joe Delia e Schoolly D sporcate dallo stesso Abel e su un pezzo “electric and loud” (qui le virgolette sono di disprezzo per la band) degli U2 (Miami). Inoltre per la prima volta, grazie al sistema AVID, Ferrara può controllare direttamente il montaggio e la stratificazione delle immagini (Blackout è un film fortemente incardinato sulle sovrimpressioni e sulle dissolvenze incrociate). Ah dimenticavo, c’è anche il superamento delle interdizioni formulate da Bazin in "Morte ogni pomeriggio", quelle che sanciscono il divieto di riprodurre l’amore e la morte. Indovinate un po’ quale medium è incaricato di violarle? Un film non sottostimato: affondato.

Voto: 10

Tratto da www.spietati.it (spazio film in tv)
postato da: alespiet alle ore 09:01 | link | commenti
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martedì, 04 marzo 2008

Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini

Il tenente Giovan Battista Drogo viene inviato presso la sperduta fortezza Bastiani. Lì, ai confini col deserto, una guarnigione militare attende da mesi l'arrivo di un nemico che sembra non doversi mai materializzare.



La sofferta eleganza di Zurlini, l’austera disperazione di Zurlini, la vulnerata malinconia di Zurlini: segni inconfondibili della grandezza di un cineasta colpevolmente, vigliaccamente sottostimato e misconosciuto. In 56 anni di vita e 22 di tormentata attività cinematografica Valerio Zurlini (1926-1982) ha girato otto splendidi lungometraggi e una manciata di cortometraggi pressoché invisibili. Il deserto dei tartari (1976) è il suo ultimo film, non il suo capo d’opera probabilmente, ma senz’altro il titolo più estremo e radicale di una filmografia tanto scarna quanto personale e insieme aliena dagli “autorialismi” tipici del cinema della modernità. Involontario cineasta d’intervallo (tra una pellicola e l’altra passano all’incirca tre anni), con Il deserto dei tartari Zurlini firma il suo testamento estetico, spingendo in pieno territorio nichilista quella poetica dell’assenza e dell’autodistruzione che rappresenta perfettamente la sua parabola esistenziale e la sua straziante riflessione stilistica. Eppure come adattamento, occorre ammetterlo, non ci troviamo di fronte a un film memorabile: spesso legnoso, ampolloso e costipato nella sceneggiatura fedelmente didascalica di André Brunelin, l’intreccio procede a fatica, registrando esiziali battute d’arresto in corrispondenza delle sequenze più corposamente dialogate.



Non soccorre certo la bizzarra eterogeneità del parco attori che accosta, in una sorta di pastiche internazionale, gli strepitosi Jacques Perrin (Giovan Battista Drogo), Max von Sydow (il capitano Hortiz) e Laurent Terzieff (il tenente von Amerling) agli spaesati Fernando Rey (il tenente colonnello Nathason), Jean-Louis Trintignant (maggiore-medico Rovine) e Philippe Noiret (il generale), passando per l’incolore Vittorio Gassman (il colonnello Filimore) e l’imbarazzante Giuliano Gemma (maggiore Mattis). Ciononostante Zurlini riesce ad esprimere senza remore le proprie doti di regista squisitamente visivo nella resa delle atmosfere, nella trasfigurazione simbolica degli spazi e nella creazione di un universo luministico in bilico tra vigore plastico e smaterializzazione metafisica. Merito del cineasta bolognese è innanzitutto la scelta della location per la fortezza Bastiani: si tratta dell’incredibile roccaforte di Bam nel sud est dell’Iran, scoperta per caso sfogliando la rivista «L’Œil» insieme a Jacques Perrin. Lavorando in sottrazione, Zurlini riesce a ricavare dalla poderosa struttura architettonica un incorporeo santuario dell’assenza, un autentico “avamposto morto che si affaccia sul nulla”.



Il cineasta, spalleggiato dal direttore della fotografia Luciano Tovoli, trasforma poi il deserto in vero e proprio luogo della mente, una spazialità proiettiva generatrice di miraggi e minacce, desideri e timori, paure e speranze. Dominano i grigi, i marroni e i neri sotto un cielo innaturalmente azzurro; il nitore metafisico della luce si fa vettore d’astrazione e l’inquadratura trascende in forma simbolica: in questo Il deserto dei tartari messo in scena da Zurlini è addirittura più pregnante e suggestivo di quello descritto da Buzzati. Almeno due le sequenze da incorniciare: la prima è quella, raffinatamente geometrica, della preghiera nel cortile della fortezza, la seconda, tra Burri e Bresson, è quella del suicidio fuori campo di Hortiz.



Musiche marzialmente tartassanti di Ennio Morricone. Sia detto a scanso di equivoci: chi scrive ritiene Valerio Zurlini uno dei maggiori cineasti della storia del cinema italiano.

Voto: 8

PS- da www.spietati.it (spazio Film in tv).
postato da: alespiet alle ore 21:15 | link | commenti
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domenica, 02 marzo 2008

Save the Green Planet! (2003) di Jang Jun-Hwan



Byung-goo, uno sciroccato assecondato soltanto dalla sua ragazza Soon-i (più sciroccata di lui), è convinto che Kang Man-shik, il presidente di un'importante compagnia chimica, sia un alieno proveniente da Andromeda. Siccome pedinandolo si è accorto che Kang sta preparando l'atterraggio del Principe di Andromeda per il prossimo plenilunio, decide di rapirlo e salvare la terra dall'invasione aliena.

Pazzoide opera prima di Jang Jun-hwan, Save the Green Planet! è film che, nella più ortodossa prassi del New Korean Cinema, impaciuga gioiosamente generi e registri cinematografici diversi, mescolando situazioni da commedia e atmosfere da thriller, siparietti slapstick e risvolti drammatici, inchiodate gore e impennate sci-fi. Un casino, insomma.

Pur non rientrando nel mio tipo di cinema (troppo felliniano, troppo funambolico per i miei gusti), quello di Jang Jun-hwan è un film vitalissimo, elettrizzante e stupefacente per ricchezza di soluzioni e riferimenti filmici (si va da 2001: Odissea nello spazio a La strada, passando per i kung fu movie e suggestioni hitchcockiane). Ma la cosa che ho apprezzato di più (paradossalmente) è stata la componente di critica sociale: sotto sotto (ma neanche più di tanto) gli alieni che mettono in pericolo la terra sono una trasfigurazione dei potenti. E a questo genere di colpi bassi mi abbandono volentieri, detesto i vincenti.
postato da: alespiet alle ore 22:33 | link | commenti
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Samsung Korea Film Fest 2008




Torna il Samsung Korea Film Fest, il tradizionale appuntamento con la cinematografia sud-coreana, giunto quest’anno alla sua sesta edizione. Il Festival – organizzato da Riccardo Gelli, direttore dell’associazione ‘Taegukgi’ e con la consolidata partnership della Samsung Electronics Italia, - si svolgerà a Firenze dal 7 al 15 marzo all’Auditorium Stensen (v.le don Minzoni 25).

Il programma del festival si propone di restituire un’immagine il più possibile complessa e sfaccettata della produzione coreana contemporanea. Nella convinzione che uno sguardo trasversale e attento alle nuove proposte (dei 30 lungometraggi in programma ben 10 sono opere prime o seconde, senza contare i 6 cortometraggi) sia quello più adatto a captare le tendenze più vitali e promettenti di una cinematografia che, nonostante i leggeri segni di indebolimento, ha ancora molto da dire e da mostrare.

Il Festival offrirà un totale di trenta film più una selezionata serie di cortometraggi. Due i registi protagonisti di questa edizione del Festival: Lee Myung-se e Lee Yoon-ki (presenti al festival).

Oltre all’ampio spazio dedicato ai due registi, sono numerose le novità che la rassegna sud coreana offre quest’anno.

Innanzitutto la sezione dedicata alle donne dal titolo ‘Women film directors’. Quattro film per quattro registe donne: Ardor (Byun Young-joo), Take care of my cat (Jeong Jae-eun), Waikiki brothers (Yim Soonrye), Bus L’abri (Lee Mi-yeon).

Il festival sarà inaugurato il 7 marzo con il lungometraggio Radio Star di Lee Joon-ik, omaggerà Im kwon-taek proiettando il suo centesimo film Beyond the years e chiuderà con l’ultima opera di Kim Ki-Duk, Breath.

Assoluta novità di quest’anno la sezione Orizzonti coreani, dedicata agli indipendenti coreani, che da alcuni anni a questa parte hanno offerto sorprese e scossoni assai più vitali della produzione mainstream, con titoli come l’acclamato A Shark e il film ad episodi Fantastic Parasuicides. Quest’ultimo titolo si riconnette ad un’altra ‘prima’ del 2008 per il Samsung Korea Film Fest, ossia l’inclusione di una programmazione di cortometraggi, dal titolo Corti Corti. La produzione di corti coreani è da anni riconosciuta tra le migliori del mondo e ha fatto da preziosa palestra per numerosi talenti emergenti; da quest’anno, il Samsung Korea Film Fest si propone d’aprire una finestra su questa realtà meno nota, ma parte intrinseca del fenomeno definito ‘New Korean Cinema’.

Inizia da quest’anno la partnership festivaliera tra il Samsung Korea Film Fest e il JIFF – Jeonju International film Festival dopo l’accordo firmato tra le due parti per lo scambio di programmi per la promozione di film in Italia e di film italiani in Corea.

Saranno inoltre presenti al Festival la capo programmatrice del JIFF, Jung Soowan e il Direttore del PIFF – Pusan International Film Festival, il più importante festival coreano ed anche dell’Asia, Kim Dong-ho.

Programma Samsung Korea Film Fest – 6th Festival of Korean Cinema in Italy

7 marzo venerdì
ore 20.30
Ingresso ad Invito
SERATA INAUGURALE
Samsung Korea Film Fest 2008
ore 21.30
OPENING FILM
Ingresso ad Invito
RADIO STAR
Ra-di-o Seu-ta - Radio Star

8 marzo sabato
ore 16.00
BUS L’ABRI Bus
Jeong ryu Jang - Il Rifugio degli Innamorati
Regia: LEE MI-YEON

ore 17.45
FANTASTIC PARASUICIDES
Pan-ta-su-tik Ja-sal So-dong - Fantastici Parasuicidi
1. Haning Tough Regia: Park Soo-young
2. Fly away Chicken! Regia: Cho Chang-ho
3. Happy Birthday Regia: Kim Sung-ho

ore 20.00
NOWHERE TO HIDE
Injeongsajeong Bol geos eobsda - La Caccia è Aperta
Regia: LEE MYUNG-SE

ore 22.20
BEAUTIFUL SUNDAY
Byoo-ti-pool Seon-de-i - Una Bella Domenica
Regia: JIN KWANG-KYO

ore 24.30
SOMEONE BEHIND YOU
Doo Sa-lam-i-da - Qualcuno Dietro di Te
Regia: OH KI-HWAN

9 marzo domenica

ore 16.00
DRIVING WITH MY WIFE’S LOVER
Anae-ui-aein-ul mannada - Viaggio con l’Amante di mia Moglie
Regia: KIM TAI-SIK

ore 18.00
THIS CHARMING GIRL
Yeo-ja, Jeong-hye - La Ragazza Jeong-hye
Regia: LEE YOON-KI

ore 20.00
DUELIST
Hyung-sa - Il Duellante
Regia: LEE MYUNG-SE

ore 22.15
TRACES OF LOVE
Ga-eul-lo - Tracce d’Amore
Regia: KIM DAI-SEUNG

10 marzo lunedì

ore 17.30
TEXTURE OF SKIN
Sal-gyeol – Contatto
Regia: LEE SEONG-GANG

ore 20.00
LOVE TALK
Reo-beu-to-keu - Parlare d’Amore
Regia: LEE YOON-KI

ore 22.15
BOYS OF TOMORROW
Woo-ri-e-ge Nae-il-eun Eobs-da - I Ragazzi di Domani
Regia: NOH DONG-SEOK

11 marzo martedì

ore 17.00
THE HARD GOODBYE
Nae-ga-salagdon-chib - Un Difficile Addio
Regia: LEE YOON-KI

ore 18.40
NEW KOREAN CINEMA Siamo entrati nella seconda fase?
Interveranno, Paolo Bertolin, Andrea Bellavita, Alessandro Baratti,
Jung Soowan (Programmatrice Capo del JIFF – Jeonju International Film Festival)

ore 20.15
THE SHOW MUST GO ON
Woo-a-han Se-gye - Il Mondo è Meraviglioso
Regia: HAN JAE-RIM

ore 22.30
WAIKIKI BROTHERS
Waikiki bu-la-dul-s - Waikiki Brothers
Regia: YIM SOON-RYE

12 marzo mercoledì
ore 17.30
TAKE CARE OF MY CAT
Goyangi-reul Butak-hae - Prendete cura del mio gatto
Regia: JEONG JAE-EUN

ore 20.00
M
M – M
Regia: LEE MYUNG-SE
• presentazione del film alla presenza del regista

ore 22.45
ARDOR
Mil-ae – Passione
Regia: BYEON YEONG-JOO

13 marzo giovedì
ore 16.00
RADIO STAR
Ra-di-o Seu-ta - Radio Star
Regia: LEE JOON-IK

ore 18.15
A SHARK
Sang-eo - Lo Squalo
Regia: KIM DONG-HYUN

ore 20.30
BEYOND THE YEARS
Cheon-nyeon-hak - Al di là degli Anni
Regia: IM KWON-TAEK

ore 22.30
OFF ROAD
O-peu Ro-deu - Senza Via d’Uscita
Regia: HAN SEUNG-RYONG

14 marzo venerdì
ore 15.30
CORTI, CORTI

I’M NOT THAT KIND OF PERSON
Na-g-ron-sa-ram-a-ni-aeio - Non Sono Quel Tipo di Persona
Regia: LEE SEUNG-YOUNG

BE WITH ME
Seung-a - Stai con Me
Regia: KIM NA-YOUNG

MONOLOGUE #1
Monologue #1 - Monologo #1
Regia: KIM JONG-KWAN

RIVERSIDE EXPRESS
Gang-byon buk-ro - Superstrada Lungo il Fiume
Regia: YOO SUNG-YUP

WANT YOU
Gnio-rl-won-hae - Voglio Te
Regia: LEE JANG HO

RINGWANDERUNG
Ring-wan-de-rung - Girare in Cerchio
Regia: PARK JONG-YOUNG
………………………………………

ore 17.40
A LOVE
Sa-rang - Un Amore
Regia: KWAK KYUNG-TAEK

ore 20.00
AD-LIB NIGHT
A-ju Teuk-byeol-han Son-nim - Una Notte all’Improviso
Regia: LEE YOON-KI
• presentazione del film alla presenza del regista

ore 22.30
FIRST LOVE
Cheos-salang - Il Primo Amore
Regia: LEE MYUNG-SE

15 marzo sabato

ore 16.30
ATTACK ON THE PIN-UP BOYS
Kkot-mi-nam Yeon-swae Te-reo-sa-geon - Attacco ai Ragazzi Pin-Up
Regia: LEE KWON

ore 18.15
2 FACES OF MY GIRL FRIEND
Doo Eol-gool-eui Yeo-chin - Due Facce della Mia Ragazza
Regia: LEE SEOK-HOON

ore 20.30
THE RAILROAD
Kyeong-eui-seon - La Ferrovia
Regia: PARK HEUNG-SIK

SERATA CONCLUSIVA E PREMIAZIONE Samsung Korea Film Fest 2008
ore 22.30
CLOSING FILM
BREATH
Soom – Soffio
Regia: KIM KI-DUK
postato da: alespiet alle ore 21:46 | link | commenti (2)
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