giovedì, 28 febbraio 2008

The Prison ( Against the Wall, 1994) di John Frankenheimer



La rivolta del carcere di Attica (9-13 settembre 1971) vista da John Frankenheimer, autore di uno dei prison-movie più belli di sempre, L'uomo di Alcatraz (Birdman of Alcatraz, 1962) con Burt Lancaster. In questo film per la Cable TV HBO, Frankenheimer si basa sulla vicenda reale (?) di Michael Smith (il suo nome compare nei titoli di coda come "historical consultant"), agente penitenziario appena entrato in servizio e non ancora insensibile alle angherie e alle vessazioni cui sono sottoposti i detenuti di Attica. Messo di fronte alla dura realtà del carcere, Smith (il lynchiano Kyle MacLachlan) fa più fatica a socializzare coi colleghi che coi reclusi. Ma dopo l'impatto devastante comincia a indurirsi e incarognirsi. I primi a fare le spese di questo incipiente abbrutimento sono sua moglie Sharon (Anne Heche) e suo padre Hal (Harry Dean Stanton).

Nel frattempo ad Attica arriva Jamaal (Samuel L. Jackson), una vecchia conoscenza del carcere che si fa immediatamente portavoce del movimento per i diritti a un trattamento migliore. Il direttore del penitenziario nega perentoriamente ogni concessione e i detenuti, costretti a restrizioni intollerabili (una doccia alla settimana, corrispondenza bloccata per gli ispanici, condizioni igieniche disumane), finiscono per ribellarsi e dare vita a una furiosa rivolta. Naturalmente tra gli agenti presi in ostaggio c'è anche la recluta Smith, che però nel marasma della ribellione riesce a prendere le distanze sia dall'intransigenza dei colleghi che dalla ferocia dei rivoltosi. Il solo con cui Smith stabilisce un contatto autentico è Jamaal, l'illuminato della controparte...

Gli esercizi di equilibrismo ideologico sono la specialità cinematografica di Frankenheimer, che già dai tempi di Va' e uccidi (The Manchurian Candidate, 1962) si è imposto come il cineasta liberal meno classificabile di tutti. Politicamente sfuggente, il regista newyorkese si è sempre contraddistinto per il peso assoluto dato al valore della libertà, valore continuamente messo in pericolo dalla bestialità degli istinti da una parte e dalla normatività dei codici comportamentali dall'altra. Un cineasta profondamente umanista, insomma, che nella figura di Smith (e del suo corrispondente Jamaal) trova una sponda esemplare per enunciare la sua concezione della libertà come equidistanza dallo spontaneismo irrazionale e dal conformismo intransigente.

Ma se dal punto di vista tematico Frankenheimer è un liberal in qualche modo moderato, stilisticamente possiede una spregiudicatezza e un'aggressività inequivocabilmente radicali. Qui, impegnato in un lavoro televisivo non particolarmente esaltante, riesce a sfruttare tutta la sua irruenza facendo di The Prison (ma il titolo originale Against the Wall è molto più pregnante) un thriller carcerario di ottima tenuta drammatica e generosa spericolatezza visiva. Abbondano i primi piani dal basso, le inquadrature con accentuata profondità di campo e le riprese con camera a spalla gettata nella mischia. Ma Frankenheimer è anche regista incline alle atmosfere malinconiche e struggenti: ecco allora condensarsi situazioni notturne intrise di amarezza o momenti di straziante, dilatata compassione. Un lavoro minore di un cineasta gigantesco.

NB- Nonostante nella copertina del dvd sia il faccione di Samuel L. Jackson a occhieggiare, il protagonista della pellicola, come detto nella recensione, non è lui ma Kyle MacLachlan. Il quale, non potendo vantare un appeal commerciale paragonabile a quello di Jackson, è risultato incopertinabile. Clap clap clap.
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lunedì, 25 febbraio 2008

Il fuorilegge (This Gun for Hire, 1942) di Frank Tuttle




Un killer solitario e amante dei gatti viene assoldato per ficcare una pallottola in pancia a un certo Baker e fregargli una formula chimica. Raven, questo il nome del sicario, esegue meticolosamente il suo compito, forando il tizio e prelevando la busta. Il suo committente però onora il contratto rifilandogli biglietti da dieci contrassegnati e rivolgendosi alla polizia per recuperarli. Raven prova a spendere la prima banconota ma viene subito sgamato. Inizia allora la sua fuga-vendetta con tutta la polizia della California alle costole.



Adattando il Graham Greene di A Gun for Sale, Frank Tuttle concepisce un protonoir stringatissimo (80') che rientra di diritto tra gli archetipi del killer-movie. Raven (splendido nome ovviamente debitore a Poe) è un sociopatico ("I don't trust anybody", sibila al suo mandante) che riversa tutto il suo affetto sui felini, nei quali identifica se stesso e la propria fortuna ("I killed my luck", gracchia amareggiato dopo aver soffocato un gatto che rischiava di farlo pizzicare). Benché assai spiccio, il suo ritratto caratteriale è di grande modernità, sfociando in una confessione dalle forti risonanze psicoanalitiche fatta nottetempo a Ellen Graham (Veronica Lake), una donna presa in ostaggio durante la fuga.



Siamo nel 1942 e ovviamente il clima bellico si fa sentire: la formula chimica trafugata da Raven e consegnata al committente è quella di un gas tossico che rischia di finire in mano giapponese, con tutte le ripercussioni del caso. Al sicario la cosa non potrebbe fregare di meno, ma alla signorina Graham sì, dal momento che è stata precedentemente contattata dal Senatore Burnett per smascherare i traffici spionistici di una grande compagnia nazionale (che per avventura è proprio quella che sta per vendere la formula ai nipponici). Sicché la Graham e Raven finiscono per fare un accordo: lei lo aiuterà a seminare gli sbirri, lui si preoccuperà di far confessare il boss della compagnia chimica e sventare il traffico antipatriottico.



A dire il vero il nesso tra la vicenda del killer e le complicazioni spionistiche è un tantino macchinoso e artificioso, anche perché si aggiungono le immancabili complicazioni sentimentali: la Graham è fidanzata col detective incaricato di seguire il caso delle banconote da dieci che, naturalmente, finisce per essere coinvolto nella caccia a Raven. Anzi, è proprio lui a comandare le operazioni di polizia e a inseguire accanitamente Raven fin nella sede centrale della "Nitro Chemical". Non aiuta poi un finale precipitoso e moralistico con redenzione propagandistica in punto di morte (della serie "anche i cattivi possono aiutare la patria"). Questo il "messaggio centrale" (virgolette di disprezzo) del film.



Ora, se l'intreccio è un po' capzioso e scombiccherato, la regia di Tuttle e le luci di John Seitz (Double Indemnity) sono letteralmente miracolose. Tuttle gira in modo quintessenziale (prevalentemente primi piani e piani americani, senza disdegnare suggestive aperture allo spazio circostante) e Seitz illumina la seconda parte del film come un pittore espressionista: tagli di luce, ombre fendenti, trasparenti violentemente ostentati. Un luminismo contrastatissimo che sa anche smorzarsi nelle atmosfere brumose dell'alba e annullarsi nella luce chiassosa dell'en plein air (la stratosferica sequenza del ponte sulla ferrovia). Ultima notazione a proposito del commento musicale: nonostante sia pressoché costante, nei momenti di maggiore tensione si cheta all'improvviso, il fragore del pericolo basta a se stesso. Un piccolo gioiello misconosciuto.
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domenica, 24 febbraio 2008

Memento Mori di Kim Tae-yong & Min Kyu-dong, 1999





Vi è un diario segreto (quel quaderno rosso, evidentemente impermeabilizzato, che potete vedere nella bolleggiante locandina) scritto a quattro mani da Hyo-shin e Shi-eun, due studentesse di una scuola femminile legate da una relazione sentimentale. Il diario va a finire nelle mani della ignara Min-ah, che inizia a leggerlo sempre più attratta da ciò che scopre. Ci prende gusto, insomma, ma dopo un po' comincia a cagarsi addosso perché Hyo-shin si lancia dal tetto della scuola sfracellandosi al suolo. Pozza sangue e tutto il resto. A questo punto il diario si mette a emanare numerose stranezze (tipo pasticche, polveri, mani) che seminano scompiglio e zizzania nella scuola. Fino ai venti minuti finali in cui succede il cataclisma e raccapezzarsi sarebbe bello.

"Rivisto oggi, con assoluta freddezza, lontano sia dal boom del nuovo cinema coreano sia dalla new wave dell’ horror asiatico si può affermare senza timore di smentita che Memento Mori è uno dei prodotti del cinema coreano contemporaneo più belli e più intensi prodotti."

Così inizia una recensione che ho trovato in rete. Io non è che la pensi proprio uguale al tipo che l'ha scritta. Anzi, la vedo un tantino diversamente. Per me 'sto film è piuttosto imbarazzante. Oddio, partirebbe anche benino con la relazione tra Hyo-shin e Shi-eun tratteggiata delicatamente ma senza falsi pudori, poi però le pagine del diario secernono oggetti inquietanti e allora la cosa si fa preoccupante.

Fino al cinquantesimo minuto, nonostante questa narrazione scompaginata scassi un po' gli zebedei, il film riesce a stare abbastanza in piedi, ma dopo vi è imbarazzo. Pappagallini rosso sangue che finiscono nei wc, porte della scuola che si chiudono all'improvviso perché il fantasmone di Hyo-shin è contrariato, il faccione del suddetto ectoplasma che incombe sulla scuola in subbuglio: il marasma, insomma. Musica come in una discoteca e luci stroboscopiche in tinta.

Ora, se siete stati attenti, saprete che sulla carta i registi sono due (Kim Tae-yong & Min Kyu-dong), ma in due non ne fanno mezzo. La loro unica preoccupazione è fare casino e non ci sarebbe nulla di male se la narrazione fosse sufficientemente solida, il guaio è che i presupposti sono appena accennati e lo svolgimento dannatamente lacunoso. Sicché nel finale spuntano episodi (tipo una festa di compleanno o un anniversario di fidanzamento, non saprei) la cui collocazione (realtà? immaginazione? presente? passato? giro d'Italia?) risulta un filo problematica. Per fortuna il finale non ammette fraintendimenti: la cinepresa si lancia nel vuoto. Anzi, a pensarci bene un bel mistero c'è? Chi cazzo si è buttato di sotto? Son domande, eh!
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Ancora su No Country

Bene, torniamo al film e allo splendido personaggio di Chigurh. La sua condotta è puramente, inflessibilmente morale: il suo codice etico è talmente elevato e incomprensibile per gli uomini (irresponsabili) che incontra da confondersi col destino (emblematico il suo lanciare monete fatali). Chigurh è un sacerdote della morte e della Giustizia.
Ora, siccome la sua furia vendicativa è tanto impassibile quanto incontrollata, mi viene da chiedermi se non possa essere interpretata come una sorta di recrudescenza della morale in un universo postcapitalista esclusivamente governato dall'economia.
L'etica, rinnegata e umiliata dall'economia, si ripresenta sotto forma di somministratrice di Morte. Un'immagine indecifrabile per gli uomini nuovi, letteralmente invisibile e insostenibile per loro (tant'è che quando Llewelyn dice a Carson che "ha visto Chigurh", Carson gli risponde stupito "e non sei morto?").
Insomma, la mia ipotesi è che Chigurh sia una sorta di versione ferocemente, sublimemente vendicativa di un'etica espulsa dall'economia. Un'etica che, alienata dal corpo sociale, distrugge sistematicamente l'irresponsabilità che trova sulla sua strada. Un angelo sterminatore.
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sabato, 23 febbraio 2008

No Country for Old Men dei fratelli Coen

Visto due volte di seguito. Sono senza parole. ASSOLUTO.

Il più bel noir uscito al cinema dai tempi di Heat, non a caso altro film melvilliano fino al midollo. Ma se Mann saccheggiava a piene mani (e sublimemente) Le deuxième souffle, i fratelli Coen attingono altrettanto sontuosamente a Le samouraï. E lo fanno in un modo così intelligente e ispirato che sono assolutamente certo che non se ne sarà (ancora) accorto nessuno: Anton Chigurh, che è già diventato l'idolo di noi tutti, altro non è che una versione rivista e corretta del Frank Costello (Jef nell'originale) di Jean-Pierre Melville. Non sto a spiegare il perché e soprattutto il percome, ma chiunque abbia visto il film di JPM non potrà negare l'esattezza del riferimento. Certo, c'è anche il Siegel di Charley Varrick, probabilmente il Frank Tuttle di This Gun for Hire (prototipo dello stesso film di Melville), e, ipotesi eccentrica, lo splendido Missouri di Arthur Penn, ma Le samouraï costituisce costante sottotesto.





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Voto: 10
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venerdì, 22 febbraio 2008

Oggi è il 22 febbraio. 22/2

Ora, dovete (oddio, non è che proprio dovete, diciamo che, volendo, potete) sapere che sono perseguitato dal dal 222 (e dal 22). Tutto ciò ebbe inizio mentre, obbligato a redigere dei fogli di viaggio in caserma, scrissi centinaia di volte il suddetto numero (già perché 222 era il numero del mio Corso VAM). Se a ciò aggiungete che sono stato costretto a partire militare perché mi sono dimenticato di fare il rinvio al primo anno di università, beh, i motivi del mio malessere vedendo questo numero vi saranno chiari. Cristallini, mi spingerei a dire.
E, indovinate un po', non ho anche beccato l'anno bisestile? 366 giorni anziché 365 mi sono dovuto fare.
(3)66 = 3 volte 22. Mmmmmmmmmmmmmmmmm.
Numeraccio il 22, numeraccio.

Secondo me alle 22 e 22 qualcuno leggerà questo post. E forse lascerà addirittura un commento. Oscure nubi si addensano all'orizzonte...
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A Petal (1996) di Jang Sun-woo



Il massacro di Kwangju del maggio 1980, costato la vita a un numero di persone oscillante tra 200 e 2000 a seconda delle fonti, è senza ombra di dubbio l'evento politico sudcoreano più sconvolgente della seconda metà del XX secolo (dopo la Guerra di Corea ovviamente).

In seguito all'imprigionamento del leader storico dell'opposizione Kim Dae-jung da parte del generale Chun Doo-hwan, fautore del colpo di stato conseguente all'assassinio del Presidente Park Chung-hee, migliaia e migliaia di coreani si radunano a Kwangju, capoluogo della regione di provenienza del dissidente incarcerato, e il 18 maggio, in violazione della legge marziale, manifestano contro i metodi autoritari e repressivi del regime e dell'esercito.  Per 10 giorni è guerra: studenti e civili protestano veementemente, l'esercito manganella, baionetta e spara sulla folla.  La rivolta ha il suo apice il 21 maggio con la cacciata provvisoria delle truppe, che però si riprenderanno definitivamente la città il 27 maggio, sbaragliando la resistenza in soli 90 minuti.

Sedici anni dopo, Jang Sun-woo (all'epoca degli scontri in carcere a Seoul per attività sediziose) riesce a portare sullo schermo la materia tragica di Kwangju. Ma anziché scegliere le formule documentaristiche o del film di denuncia, concepisce un film stranissimo, costruito più in forma di rito sciamanico (un ssitkkim-gut per la precisione) che in forma di racconto lineare, un rito per il sollievo di un'anima afflitta.

Una ragazzina quindicenne che ha perso la madre durante la rivolta vaga in evidente stato confusionale, cercando disperatamente il fratello maggiore (morto mentre era sotto le armi). Trova invece un uomo in riva a un fiume e inizia a tallonarlo. L'uomo, un operaio rude e solitario ai limiti dell'eremitismo, si approfitta di lei violentandola ma iniziando al tempo stesso a investirla di una scontrosa forma di affetto che finisce per legarli. Nel frattempo tre ragazzi, amici del fratello della giovane, si mettono in viaggio per rintracciarla, alleviare la sua disperazione e riportarla a casa. Anche se i tre non la ritroveranno, la ragazzina riuscirà ad affrontare da sola il doloroso ricordo della morte della madre in uno sprazzo di lancinante lucidità (davanti alla simbolica tomba del fratello, rievoca le immagini dei tragici avvenimenti di Kwangju).

Film importantissimo. Senza incanaglirsi nella condanna individuale (ci penseranno i tribunali qualche anno dopo a fare giustizia), Jang compone un affresco dalle risonanze arcaiche in cui il dolore matto e disperatissimo della giovane donna si fa luogo di compassione collettiva, la violenza erotica e fisica esercitata dall'operaio e dai soldati si fa specchio della ferocia un'intera società e la trance del ssitkkim-gut si fa veicolo di consapevolezza radicata nelle tradizioni. E tutto ciò accanto a un paio di intuizioni folgoranti: l'inserimento di sequenze in animazione per i ricordi più domestici della ragazzina e il passaggio al bianco e nero per la sezione più drammatica, quella dedicata agli scontri di Kwangju. Sezione girata proprio nella città del massacro, dove Jang, coinvolgendo la popolazione nella lavorazione del film, ha organizzato una vera e propria manifestazione per riprodurre le dinamiche e le atmosfere di morte degli scontri. Dalla realtà al cinema, dal cinema alla realtà
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mercoledì, 20 febbraio 2008

Il petroliere di PTA




Secondo me il film di PTA parla anche di lui (l'indicino alzato non mente). Vi è tutto un gioco di rappresentazioni metaforiche abbastanza chiaro: DDL è gli USA, H. W. rappresenta i nativi americani. Henry gli immigrati (specie black, dato che il nome mi ha ricordato John Henry). E Ely..

Vabbè, qui mi spiego meglio.

Sono pazzo? Dite?
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Tell Me Something (1999) di Chang Youn-hyun



Impropriamente definito un thriller ansiogeno, Tell Me Something è invece un poliziesco cupissimo imbrattato di sangue e ambiguità. Chi si aspettava  uno spettacolo tambureggiante è rimasto deluso da un complicato polar che alterna segmenti pensosamente introspettivi a parentesi copiosamente gore, passando per flashback di raggelante musicalità (da brividi il frammento in cui Enya soffia Boadicea).

Un detective di discussa moralità (il tormentato Han Suk-gyu) si ritrova assegnato un caso rompicapo: qualcuno sta uccidendo persone anestetizzandole e facendole a pezzi col bisturi. I pezzi dei cadaveri vengono poi infilati in sacchi della spazzatura e disseminati per Seoul. Il detective Cho cerca di ricostruire corpi, identità e logica delle amputazioni, realizzando che al completamento del disegno necroscopico manca una testa. La sua.

Chang Youn-hyun gira come uno schiacciasassi: inquadrature elementari come una tabellina del due sparate in faccia ai protagonisti. Volti di tre quarti immersi nell'oscurità e coperti da pettinature schermanti. Lampeggianti delle sirene che rimbalzano sull'asfalto e sulla pelle, esasperando gli animi e accecando la ragione. Sangue. Sangue ovunque. Che confluisce in un secchio sotto il tavolo autoptico, che esplode da un sacco dell'immondizia inondando un ascensore, che precipita da un cavalcavia sparpagliandosi sul parabrezza di un'automobile in corsa. Il cruore dell'enigma. Un film maestosamente pessimista.
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martedì, 19 febbraio 2008

Polar (1984) di Jacques Bral



Dall'incredibile noir di Jean-Patrick Manchette Morgue Pleine (tradotto in italiano con Un mucchio di cadaveri edito da Einaudi), Jacques Bral ricava un film bruttino e confusionario. Mi piange il cuore a fare i soliti paragoni tra libro e film, ma non posso astenermi, il romanzo di Manchette è di una fenomenalità assoluta. Il suo Eugène Tarpon, ex sbirro riciclatosi come detective  privato in seguito a una brutta faccenda, dardeggia sarcasmo e amarezza come come una cerbottana di cristallo. Puntuto e strafottente come la merda. C'è così tanta ironia e sprezzo delle convenzioni(/convinzioni) nelle pagine di Manchette da distruggere qualsiasi edificio pubblico della vostra ZTL.
Ora, Bral appioppa il ruolo di Tarpon a costui:



Cioè, non ho nulla contro Jean-François Balmer, che è un attore rispettabile di specchiata moralità lo sanno tutti, ma Eugène Tarpon no, diosanto! Vabbè, fa niente torno al film. Tarpon è un detective privato senza clienti che, causa inoperosità, ha deciso di tornare al paese da sua madre. Manco a farlo apposta gli piomba in ufficio una donna assai piacente che gli incasina i progetti. La sua compagna di casa è stata assassinata e lei è terrorizzata. Tarpon cerca di calmarla e di convincerla a rivolgersi alla polizia, ma lei, temendo di essere accusata dell'omicidio, gli rifila una ginocchiata nelle palle e sparisce.
Da questo momento in poi non ci si capisce più una cippa o quasi: sulle tracce della donna compaiono individui poco raccomandabili che minacciano, sequestrano, stordiscono e cercano di uccidere il povero Tarpon, che si difende come può (in tutta sincerità, stante la fisionomia di Jean-François Balmer, inverosimilmente bene). Poi c'è anche Claude Chabrol nei panni di un regista di pornazzi scocciato dalla riluttanza di un'attrice a farsi sodomizzare da un cane. Che impertinenza! Comunque è strano, più parlo di 'sto film e più mi piace, sicché è meglio che mi fermi. Ciao.
postato da: alespiet alle ore 11:11 | link | commenti
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