NON C’È PIÙ PROFONDA SOLITUDINE DI QUELLA DI UN SAMURAI, SE NON QUELLA DI UNA TIGRE NELLA GIUNGLA... FORSE...
Scrivere di questo film è un’autentica follia, un atto di superbia, di pura tracotanza. La sola attività concessa da
Le Samouraï a chiunque abbia un briciolo d’intelligenza è la visione. La visione di una pellicola che, pur rispettando le regole cogenti del noir, travalica ogni indicazione di genere per affermare una vera e propria filosofia del cinema. Tradotto in italiano con un titolo irripetibile,
Le Samouraï è il decimo film di JPM; l’anno prima, con lo strepitoso
Le deuxième souffle (
Tutte le ore feriscono... l’ultima uccide), Melville ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte di critica e pubblico. Adesso può finalmente portare alle estreme conseguenze il suo approccio stilistico.
La secchezza narrativa di
Tutte le ore feriscono... si trasforma in disadorna essenzialità, l’asciuttezza visiva in raggelata astrazione, il codice morale del milieu in regola monastica. Frank Costello (Jef nell’originale) è un asceta del crimine. Non commette omicidi o delitti: celebra un rito, officia una cerimonia. La sua solitudine è prova di assoluta indipendenza, il rigoroso rispetto delle regole il segno paradossale della sua libertà, lo scontro con la morte il teatro della verità. Nello sfidare l’ineluttabile, Frank Costello (un Delon "vitreo") afferma la sua autonomia morale, svestendosi di ogni determinazione contingente per conquistare il
śūnyatā, la vacuità come volto disadorno, “kenotico”, dell’Assoluto. "Un seppuku in guanti bianchi", come recita la bellissima definizione di Mauro F. Giorgio.