domenica, 22 novembre 2009

Ne le dis à personne

Ne le dis à personne  (2006) di Guillaume Canet con François Cluzet, Marie-Joseé Croze, André Dussollier, Kristin Scott Thomas, François Berléand, Nathalie Baye, Jean Rochefort, Marina Hands, Gilles Lellouche, Philippe Lefebvre

Alex Beck (François Cluzet) e sua moglie Margot (Marie-Josée Croze) si recano al lago Chairmaine per celebrare l'anniversario del loro primo bacio, incidendo la diciannovesima tacca in un cuore intagliato sulla corteccia di un albero. Cala la sera e i due fanno il bagno raggiungendo lo zatterone. Dopo una breve discussione, Margot si tuffa e raggiunge il pontile, scomparendo e lanciando un grido: Alex si precipita in suo aiuto, ma una volta raggiunta la scaletta viene colpito da due mazzate che lo mettono fuori combattimento.
Otto anni dopo. Il dottor Beck, pediatra di un ambulatorio parigino, riceve una mail anonima alla vigilia del ventisettesimo anniversario: "Clique sur ce lien, date anniversaire, 18h 15", seguito da un link. Margot è ancora viva? Non è stata uccisa dal serial killer incriminato della sua morte? È l'inizio di un viaggio nel passato, tra fantasmi che ritornano e una realtà che si tinge d'assurdo.



Adattamento del romanzo del 2001 Tell No One di Harlan Coben (che nel film fa una comparsata sul marciapiede di una stazione ferroviaria), Ne le dis à personne è il secondo lungometraggio di Guillaume Canet, attore, regista, produttore e sceneggiatore francese nato il 10 aprile 1973 a Boulogne-Billancourt (città a sud-ovest di Parigi). Dopo Mon idole (2001), commedia drammatica interpretata tra gli altri dalla moglie Diane Kruger (matrimonio durato dal 2001 al 2006, dopodiché Guillaume si è legato a Marion Cotillard), Canet passa al polar, trasponendo il fortunatissimo thriller di Coban (tradotto in 27 lingue, più di 6 milioni di copie vendute nel mondo) e ritagliandosi il piccolo ma scomodissimo ruolo di Philippe Neuville, la mela più bacata del cesto.



Spalleggiato nel lavoro di sceneggiatura dall'amico Philippe Lefebvre (con il quale aveva già collaborato per Mon idole e anche attore in Ne le dis à personne nella parte del flic Philippe Meynard), Canet concepisce un adattamento a metà strada tra la fedeltà e il tradimento del testo originale. Se la prima ora del film (che dura 125') rispecchia sostanzialmente la scansione narrativa del romanzo, la seconda metà è caratterizzata da spostamenti di sequenze e alterazioni drammaturgiche sempre più significative (come la torturatrice ectomorfa, che nel libro era un coreano dalle mani temprate tipo Bruce Lee), fino a culminare nella vera e propria riscrittura del finale che modifica l'identità dell'assassino (Coben ha non solo autorizzato i cambiamenti ma ha addirittura dichiarato che la conclusione del film è migliore di quella del libro).
 


Salutato da un'accoglienza di pubblico e critica estremamente favorevole (più di tre milioni di spettatori e ben quattro premi César 2007: miglior regia, miglior montaggio, miglior attore protagonista e miglior musica), Ne le dis à personne merita ampiamente il successo ottenuto: cast da leccarsi i baffi (oltre a François Cluzet spiccano Marie-Joseé Croze, André Dussollier, Kristin Scott Thomas, Nathalie Baye, Jean Rochefort e Olivier Marchal), ritmo senza cedimenti, regia senza sbavature e senza eccessivi orpelli, personaggi costruiti con perizia, crescendo drammatico incalzante e temperatura emotiva elevata benché sotto la soglia del patetismo strappalacrime.



Ma il vero asso nella manica di questo polar dalle venature mélo è l'ambientazione parigina: trapiantando in Francia una storia profondamente radicata nella realtà americana (Tell No One si svolge prevalentemente a Manhattan e dintorni), Canet mostra come nel 2006 il genere francese sia perfettamente in grado di riterritorializzare il thriller USA secondo un'ottica pienamente autonoma. Parigi non ha niente da invidiare a New York come set metropolitano: varietà urbanistica, stratificazione sociale e diversità etnica non difettano alla capitale dell'Esagono. Ecco allora che il faccia a faccia tra il dottor Beck e il latino-americano Hugo Gonzales del romanzo si traduce nel film in un testa a testa tra Alex e un banlieuesard splendidamente interpretato da Jalil Lespert.



Ecco che il fatidico appuntamento a Washington Square si trasferisce senza sforzo alcuno a Parc Monceau. Ed ecco, soprattutto, che la fuga del dottor Beck braccato dagli agenti nei caseggiati di Harlem diventa un attraversamento del trafficatissimo boulevard péripherique a cui segue una corsa a perdifiato nel Marché Biron di Saint-Ouen. Lungi dallo scadere in emulazione velleitaria, la dislocazione geografica esalta la frenesia metropolitana e ricalca la pratica del parkour dei traceurs parigini: fulgido esempio di risemantizzazione urbana, fisica e cinematografica al tempo stesso. Quello di Canet non è un thriller francofono che copia maldestramente i modelli americani (cosa che avveniva nel 2000 con Six-Pack di Alain Berbérian), ma un polar intessuto di mélo e innervato di action che, oltre a testimoniare il talento del cineasta trentatreenne, certifica l'avvenuta autonomizzazione del genere dalle influenze statunitensi di inizio decennio. A partire dal titolo: Ne le dis à personne, non Tell No One.

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sabato, 21 novembre 2009

NON DIRLO A NESSUNO

Harlan Coben, Non dirlo a nessuno (Tell No One, 2001), Mondadori, 2002, pp.354, € 9,50

Agosto. Dave ed Elizabeth, venticinquenni sposati da otto mesi, si recano al Lake Charmaine in Pennsylvania per festeggiare il tredicesimo anniversario del loro primo bacio: ogni anno aggiungono una linea nella corteccia di un albero sulla quale hanno intagliato un cuore con le loro iniziali. Celebrato il rituale, si tuffano nudi e raggiungono lo zatterone al centro del lago. Elizabeth torna al pontile da sola, mentre Dave la osserva da lontano. Si sente il rumore dello sportello di un'auto, Elizabeth scompare. Poi grida. Dave si lancia verso il pontile, nuota freneticamente, sale sulla scaletta, viene colpito da una mazza da baseball, al torace e alla testa. Cade tramortito all'indietro, inghiottito dall'acqua.
Otto anni dopo. Dave è diventato un pediatra del servizio pubblico ed esercita in un ambulatorio di Washington Heights, un quartiere povero di New York. Non ha dimenticato Elizabeth, ma tra l'impegno professionale e il ruolo di figura maschile di riferimento per il nipotino Mark (figlio della sorella lesbica Linda, ufficialmente impegnata con la vulcanica Shauna) tira avanti senza eccessivi grattacapi. Finché un giorno, alla vigilia del ventunesimo anniversario del bacio a Elizabeth, riceve un'inquietante e-mail da un mittente sconosciuto: "Messaggio: clicca sull'iperlink, ora del bacio, anniversario". E' l'inizio di un viaggio nel passato, tra fantasmi che ritornano e una realtà che si tinge d'assurdo.



Decimo romanzo dello scrittore americano Harlan Coben (classe 1962), Non dirlo a nessuno interrompe la lunga serie dedicata a Myron Bolitar, personaggio a cui Coben ha consacrato dal 1995 al 2000 ben sette thriller. La decisione di sospendere provvisoriamente il ciclo Bolitar si è rivelata azzeccata, dal momento che Tell No One è diventato il suo bestseller e nel 2006 è stato trasposto al cinema da Guillaume Canet col rimarchevole Ne le dis à personne.

Si tratta di un libro assai avvincente e pieno zeppo di colpi di scena: un vero e proprio page-turner. Siccome mi ha coinvolto più del solito, anziché scrivere una recensione lineare e ordinata, stavolta riporto le osservazioni che ho buttato giù durante la lettura. Spero che suggeriscano nella loro caoticità la ricchezza di spunti del romanzo.

SUGGESTIONI AMBIENTALI: i luoghi sono impregnati di ricordi che ne condizionano la percezione senza tuttavia immobilizzarla o renderla poco ricettiva alle novità. In pratica il protagonista approccia gli ambienti filtrandoli attraverso l'esperienza passata ma ne coglie ogni volta particolari inediti o sorprendenti.

ULTERIORITA' NARRATIVA: il racconto è disseminato di segnali premonitori che prefigurano sviluppi futuri. Pur non raggiungendo lo statuto di veri e propri flashforward, queste anticipazioni a bassa intensità stuzzicano la curiosità del lettore e danno il senso di una costruzione narrativa padroneggiata con sicurezza.

ROMANTICISMO ESASPERATO STEMPERATO DA UN'IRONICA CONSAPEVOLEZZA: il rapporto tra Dave ed Elizabeth è all'insegna dell'amore per la vita, della fiducia totale e della comprensione reciproca. E per giunta viene ritualizzato da cerimoniali di una sdolcinatezza inaudita. Ma le potenziali derive sentimentalistiche sono smorzate dall'ironia dell'io narrante, che le presenta in chiave affettuosamente ridicola. Rischio melensaggine evitato.

PROTAGONISTA RAZIONALE, PAZIENTE E COSCIENZIOSO SCARAVENTATO IN UN VORTICE IRRAZIONALE, FRENETICO E DESTABILIZZANTE: il pediatra dell'ambulatorio del servizio pubblico Dave Beck si trova, nell'arco di quarantotto ore, ad essere ricercato da polizia e criminali a causa del fantasma di Elizabeth che si riaffaccia improvvisamente nella sua vita. Come in Fuori orario di Martin Scorsese, un uomo qualunque è gettato fuori dal suo elemento: "Due giorni prima ero un medico coscienzioso che attraversava come un sonnambulo la sua vita. Da allora avevo visto un fantasma, avevo ricevuto e-mail da una morta, mi ero trasformato in un uomo sospettato non di un delitto ma di due, ero scappato dalla polizia, avevo aggredito un agente e avevo cercato aiuto da un noto spacciatore. Quarantotto ore piene, indubbiamente" (p.197).

CENTRALITA' DELLA MEMORIA: tutto il libro è incardinato sulla persistenza dei ricordi e al tempo stesso sulla loro labilità. Sono gli affetti a costituire il collante della memoria: l'aridità sentimentale è il preludio alla scomparsa dei ricordi e alla necrosi interiore, come esemplificato dalla figura del nonno malato di Alzheimer, "un uomo autoritario (...) che ti concedeva il suo affetto in proporzione diretta al tuo successo" (p.29).
La ricerca di Dave è interamente tesa ad aggregare attorno al nucleo affettivo del ricordo di Elizabeth una costruzione mentale che lo renda ancora più solido e tangibile, fino a farlo coincidere con la realtà attuale. Per raggiungere il suo obiettivo è costretto a raccogliere il maggior numero di informazioni possibili: interroga familiari e amici di Elizabeth, spulcia la sua agenda, interpella avvocati male in arnese e consulta vecchi articoli di giornale. Paradossalmente, la fonte di informazione che in teoria dovrebbe essere più ricca - internet - è al contrario quella più effimera e inaffidabile, fungendo sì da fattore scatenante (le misteriose e-mail) ma rivelandosi sostanzialmente inutile (l'impossibilità di localizzare la webcam da strada), frustrante (l'indisponibilità dell'articolo del "New Jersey Journal" nell'archivio web della biblioteca) o addirittura deleteria (l'identificatore digitale che spia in tempo reale le navigazioni di Dave).

SGUARDO COMPASSIONEVOLE PER CHI E' STATO COSTRETTO A TAGLIARE I PONTI COL PASSATO, CONDANNANDOSI A UNA VITA DA LATITANTE O DA IMBOSCATO: non solo la delicatezza con cui è descritta l'esiliata Elizabeth, ma anche la figura salvifica dell'Uomo Nero (doppio selvatico di Dave), ex contestatore artefice di un sabotaggio degenerato in tragedia e obbligato a sopravvivere nei boschi per nascondersi dalla legge.

TRATTAMENTO FEROCE PER I PERSONAGGI CHE ANTEPONGONO LA CARRIERA AGLI AFFETTI: nonostante Coben castighi le figure ciniche con punizioni inappellabili, non le priva tuttavia di ragioni personali o di opportunità di riscatto. Tutti i personaggi del libro, anche quelli più malvagi, godono del beneficio del dubbio ed esprimono timori o ricordi di lacerante umanità (il racconto della tortura subita dalla madre di Eric Wu).

STILE: fraseggio semplice e spedito dall'andamento prevalentemente paratattico che non disdegna però un periodare più arioso e ricco di subordinate.

RITMO: divisione in brevi capitoli (46 in tutto) che scandiscono la vicenda con incalzante rapidità.

PUNTO DI VISTA VARIABILE: narrazione in prima persona con incastro di sguardi. Se Dave è la coscienza centrale del romanzo (è lui a dire "io" ed è su di lui che il racconto è focalizzato), non mancano passaggi in cui una stessa situazione viene osservata da prospettive diverse che finiscono per ricongiungersi a tempo debito, nel tipico procedimento cinematografico del montaggio alternato (la sequenza narrativa dell'appuntamento in Washington Square è concepita in questo modo).

IRONIA E SARCASMO: a getto continuo, anche nei momenti di maggiore tensione. "Per essere più annoiata di così avrebbe dovuto ordinarglielo il medico" (p.118); "Non stavo fissando lo sguardo di un altro essere umano o di un animale. Quegli occhi appartenevano a qualcosa di inanimato. Se si potesse guardare negli occhi un armadietto metallico si ricaverebbe la stessa impressione" (p.230); "Non me la cavo granché bene con i principi assoluti della morale. Per me esistono delle sfumature, io scelgo di volta in volta" (p.230); "Mi mise una mano sulla spalla. «Tu o loro, Doc. Premi il grilletto e non sollevare il dito». Non esistevano zone grigie, per Tyrese" (p.291)
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venerdì, 20 novembre 2009

RIVALI

"Nella rivalità, inevitabilmente, c'è il desiderio di rubare l'identità all'altro" (Roark).

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Incurante della veridicità storica, Milius fa della rivalità tra Dillinger e Purvis uno scontro tra titani di celluloide: Warren Oates e Ben Johnson, icone di un cinema bandito.

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Affini e dissimili, Neil McCauley e Vincent Hanna si danno battaglia per la strada ma si raccontano i sogni a un tavolino: il conflitto fisico esalta il connubio psicologico.

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Poliziotti sfiancati e compromessi, Léo Vrinks e Denis Klein duellano in una Parigi al di là del bene e del male: il primo per una lealtà incondizionata, il secondo per una sfrenata ambizione.

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L'antagonismo tra i due illusionisti londinesi Robert Angier e Alfred Borden ha i lineamenti dell'ossessione dell'invidia, della vendetta. Ma anche del gioco e della rappresentazione, ché illusione viene dal latino ludere: giocare, dare spettacolo, comparire sulla scena.

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Ambivalenza, ambizione, angoscia: la rivalità tra Robert Ford e Jesse James secondo Dominik è una tensione ininterrotta di sentimenti contrastanti e tormentose ambiguità. La viltà è il dono dell'antieroe.

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Quella tra il "Mozart della rapina" e il commissario della BRI Broussard è la sfida della celebrità. Il 2 novembre 1979 la Porte de Clignancourt divenne un palcoscenico a cielo aperto. Ultimo atto: l'esecuzione di Mesrine.

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La caccia di Purvis a Dillinger secondo Mann: un cavaliere della morte che bracca un fantasma. All'uscita del Cinema Biograph in Lincoln Avenue a Chicago, Purvis si accende un sigaro, John è l'uomo della folla. Una proiezione per l'America.
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mercoledì, 18 novembre 2009

36, Quai des Orfèvres

36, Quai des Orfèvres (2004) di Olivier Marchal con Daniel Auteuil, Gérard Depardieu, André Dussollier, Valeria Golino, Catherine Marchal, Francis Renaud

Una feroce banda specializzata in rapine ai portavalori dà del filo da torcere alla polizia: 7 furgoni assaltati in meno di 18 mesi, 9 custodi uccisi e un bottino che si aggira sui due milioni di euro. Il direttore della polizia giudiziaria Mancini, in procinto di assumere l’incarico di direttore generale, incalza i suoi uomini per catturare i banditi e lasciare la scrivania senza conti in sospeso. Sono due gli uomini con le carte in regola per sostituirlo alla direzione della giudiziaria: Léo Vrinks, comandante della Brigade de Recherche et d'Intervention, e Denis Klein, capo della Brigade de Répression du Banditisme. Il primo che sgominerà la banda di rapinatori si aggiudicherà il posto.



Ex ispettore di polizia (assegnato alla sezione antiterrorismo e successivamente comandante di una brigata di notte), Olivier Marchal firma con 36, Quai des Orfèvres il secondo capitolo della trilogia sulla "solitude, la désespérance et l'errance" che si concluderà quattro anni dopo col polar terminale MR 73. Quella di Marchal è la sola trilogie policière, insieme alla triade noir di Guillaume Nicloux (Une Affaire privée, Cette femme-là e La Clef), sfornata in Francia negli anni 2000 e fotografa l'ambiente poliziesco con toni sempre più lividi e crepuscolari, un microcosmo marcato da connivenza, rivalità e degradazione.



Dopo Gangsters (2002), polar a porte chiuse che snida la corruzione rintanata in un commissariato parigino del 18° arrondissement, Marchal alza il tiro e mira direttamente al 36, Quai des Orfèvres: grosso budget, faccia a faccia tra due mostri sacri del cinema francese (Daniel Auteil/Gérard Depardieu) e radiografia dei maneggi politici nel palazzo dell'etat-major della polizia di Parigi. Modello rivendicato da Marchal è Heat di Michael Mann: "L'ambizione era di fare un Heat alla francese. [...] Heat è un modello per me, tanto per il lavoro di direzione degli attori quanto per l'estetica delle immagini e per il virtuosismo della messa in scena".



Ma diversamente dal modello americano, che pone di fronte due figure affini per indole e dissimili per professione, in perfetto spirito polar Marchal trasporta l'ambiguità in seno all'istituzione poliziesca, rappresentando l'ambizione personale e la passività morale di ufficiali (sia Vrinks che Klein hanno le mani imbrattate di sangue) e alti dirigenti (il pilatesco direttore della Police Judiciaire Mancini, interpretato da André Dussolier). Non tutti tuttavia sono sporchi allo stesso titolo: se il manicheismo è poderosamente evitato, tra la compromissione di Vrinks (che copre un omicidio per ottenere la soffiata da un informatore) e la rapacità di Klein (che non si fa scrupoli a incastrare il collega per accaparrarsi il posto di direttore) c'è un'enorme differenza, quella che separa lo strappo alla regola dall'opportunismo senza scrupoli.



La analogie col cinema di Mann non si esauriscono nell'impianto narrativo (la rivalità tra due uomini con molti punti in comune), ma coinvolgono anche il partito preso del realismo. Come Mann è ossessionato dall'autenticità della rappresentazione, così Marchal travasa nel film la sua esperienza di flic, ispirandosi a due eventi che hanno scosso il mondo della polizia a metà degli anni '80: la bavure de la rue du Dr. Blanche, un'operazione congiunta di BRI e BRB degenerata in una terribile sparatoria a causa dell'iniziativa di un comandante della BRB, e la gang des ripoux, una lista nera di flic sospettati di numerose malversazioni nella quale figurava il nome di Jean Vrindts, poliziotto ucciso nello scontro a fuoco della rue du Dr. Blanche. I colleghi di Vrindts accusarono l'amministrazione di voler infangare il suo nome per distogliere l'attenzione dal responsabile della bavure ("abuso"). Tracce di entrambi gli episodi si trovano in 36: il primo è riecheggiato nell'azione isolata di Klein durante l'appostamento intorno al deposito dei rapinatori, il secondo è rievocato nell'incriminazione di Vrinks per aver coperto il crimine del suo informatore. Lo scrupolo realistico di Marchal si è spinto fino ad assoldare come aiuto sceneggiatore Dominique Loiseau, uno dei poliziotti che ha partecipato all'operazione della rue du Dr. Blanche ed è finito sulla lista nera della gang dei corrotti: il film è dedicato a lui e a Christian Caron, alias "Kiki" Caron, un flic deceduto in servizio il 31 agosto 1989.



Nonostante il Michael Mann di Heat sia il modello dichiarato di 36, Marchal lo reinterpreta in chiave squisitamente francese: l'approccio di impronta manniana si cala in forme filmiche di stampo inequivocabilmente polar, permeate di atmosfere conviviali/malinconiche (la cena iniziale per il trasferimento di Eddy), di dolente romanticismo (il rapporto tra Léo e la moglie Camille) e di risonanze tragiche (i due funerali di Eddy e di Camille). Il tutto scolpito da inquadrature di granitica compostezza, scandito da sontuosi montaggi alternati e accompagnato da un commento musicale tanto continuo quanto calibrato. E tra l'irruenza fisica e la responsabilità psicologica è quest'ultima ad avere la meglio, come testimonia la rentrée finale di Léo che preferisce lo specchio della coscienza all'esecuzione della vendetta: "Il n'y a que les morts qui ne reviennent pas, Denis".

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lunedì, 16 novembre 2009

Je vais bien ne t'en fais pas

Je vais bien, ne t'en fais pas (2006) di Philippe Lioret con Mélanie Laurent, Julien Boisselier, Kad Merad, Isabelle Renauld, Aïssa Maïga 

Parigi, 25 agosto 2005. Al rientro dalle vacanze passate a Barcellona, la diciannovenne Lili Tellier è subito avvisata dai genitori che il fratello gemello Loïc è scappato di casa da cinque giorni in seguito a un feroce litigio col padre. Sempre più preoccupata dalla fuga del fratello e indispettita dall'atteggiamento rassegnato dei genitori, Lili cerca di rintracciarlo al cellulare ma il silenzio di Loïc si protrae di settimana in settimana, precipitandola in uno stato d'angoscia che sfocia in vera e propria depressione.



Adattamento dell'omonimo romanzo del 2000 di Olivier Adam, Je vais bien, ne t'en fais pas è il quinto lungometraggio di Philippe Lioret, regista nato nel 1955 e affacciatosi al mondo del cinema negli anni '90 come ingegnere del suono. Coadiuvato in sede di sceneggiatura dallo stesso Adam, Lioret reinterpreta piuttosto liberamente il testo di partenza, mantenendone sì l'impianto di fondo (la scomparsa del fratello che devasta emotivamente Lili) ma alterandone pesantemente il dettato tramico e il registro stilistico (le distorsioni cronologiche del libro lasciano spazio alla più leggibile delle linearità e le tonalità smorzate cedono il passo a una drammaticità di grondante patetismo).



La reticenza, le ellissi e le sottigliezze che caratterizzavano le pagine del romanzo vanno quasi completamente perdute in una sceneggiatura che appiattisce le sfumature, ammorba le situazioni e preferisce la didascalia rassicurante all'ambiguità del non detto: nel film i fratelli diventano magicamente gemelli (nel libro ci sono due anni di differenza), i disturbi alimentari di Lili degenerano in anoressia ospedalizzata e, a scanso di equivoci, il mistero della scomparsa di Loïc viene accuratamente sciolto nel finale. Analogamente, l'atmosfera di morbida menzogna che regna nella famiglia Tellier tratteggiata dall'Adam romanziere si inacidisce, nella pellicola di Loiret, in un clima di rancore e recriminazione grazie al quale la figlia può agevolmente rimproverare l'immobilismo del padre lanciandogli occhiatacce o insultandolo a più riprese.



La banalizzazione sentimentale del romanzo di Adam (in parte responsabile dell'appiattimento in quanto cosceneggiatore) è così prepotente da interessare anche la figura maschile che reca sollievo ai tormenti dell'inconsolabile Lili: se nel libro si tratta di un giovanotto sfigato che condivide lo status di emarginato con la protagonista, nel film è un ragazzo tanto fascinoso quanto integrato (tant'è che fa conoscenza con Lili perché fidanzato con la sua migliore amica: altra finesse di sceneggiatura sfoderata dalla premiata ditta Lioret/Adam).



Il "volemose bene" conclusivo, manco a dirlo, è d'obbligo in un film che in Francia ha avuto enorme successo ed è valso un paio di César 2007 agli interpreti (migliore attore non protagonista a Kad Merad nel ruolo del padre e migliore promessa femminile a Mélanie Laurent nella parte di Lili). Eppure ci troviamo di fronte a una trasposizione enfatica, semplicistica e melensa, imbellettata da una messa in scena calligrafica (non si contano i primi piani e i movimenti di macchina che fanno tanto intimismo struggente) e illanguidita da un commento musicale di bituminoso sentimentalismo (magister Nicola Piovani fecit). Una volta tanto non possiamo lamentarci della mancata distribuzione in Italia: meglio, molto meglio procurarsi il romanzo di Adam edito dalla minimum fax e non farsi impiastricciare gli occhi da questa riduzione di alquanto discutibile gusto. Je vais bien ne t'en fais pas c'est pas pour moi.

postato da: alespiet alle ore 20:19 | link | commenti (2)
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giovedì, 12 novembre 2009

STAI TRANQUILLA, IO STO BENE

Olivier Adam, Stai tranquilla, io sto bene (Je vais bien, ne t'en fais pas, 2000, Le Dilettante), minimum fax, 2007, pp.152, € 12,00.

Ventiduenne nata e cresciuta nella periferia sud, Claire Tellier si è trasferita a Parigi dove ha trovato lavoro come cassiera nel supermercato Shopi di Rue des Martyrs. Due anni prima, appena diplomata, è andata una settimana da sua nonna, nella campagna intorno a Bourges (tra Tours e Dijon). Al rientro a casa dei genitori nel piccolo centro di D. (nel libro il nome del luogo è omesso, ma si tratta di Draveil), sua madre, sconvolta, la avverte che il fratello minore Loïc ha litigato col padre e se n'è andato senza dare più notizie di sé. Claire non si dà pace: l'affetto che nutre per Loïc è troppo importante per rinunciarvi. Le sue condizioni psicofisiche peggiorano a vista d'occhio, finché un giorno riceve una lettera dal fratello: sta bene, è in Bretagna, la pensa. La speranza di Claire si riaccende, e con questa la vita.



Je vais bien, ne t'en fais pas è il primo romanzo di Olivier Adam, nato nel 1974 alla periferia di Parigi. Adam conosce a menadito la realtà che racconta, fatta di rifugi piccolo borghesi e sotterfugi familiari, complicità domestiche e desideri di fuga. Il suo libro non pretende di rivelare chissà quali verità ultime o misteri dell'animo umano, ma si limita a raccontare una cronaca minuta dietro la quale, tuttavia, si indovinano spaventosi baratri.

Stile scarno, sobrio e costantemente in sordina, Stai tranquilla, io sto bene tratteggia in pudica terza persona un ritratto umano in bilico tra dipendenza affettiva e rassegnazione sociale, ma i cui moti interiori sono tanto soffocati quanto tenaci. Claire si impone come soggetto sensibile senza bisogno di sensazionali dichiarazioni: la sua profondità e la sua complessità sono lì, nei suoi gesti e nelle sue azioni, per chi è disposto a vederle. E a coglierle.

Spesso accostato ai minimalisti americani (a me ha ricordato vagamente L'invenzione della solitudine di Paul Auster) e accorpato alla costellazione letteraria extrême contemporain (comprendente autori diversissimi tra loro come Philippe Claudel e Michel Houellebecq), Adam racconta con una scrittura in levare, apparentemente grigia e priva di impennate emotive, ma intimamente misurata e incisiva. Dominano la paratassi e l'aggettivazione neutra, l'ellissi narrativa e la reticenza, eppure la composizione è così padroneggiata e scorrevole che la lettura non subisce battute d'arresto, spingendo a divorare una pagina dopo l'altra. Fino ad un epilogo spiazzante che raccoglie i semi sparsi silenziosamente nei pertugi della storia.

Molti i temi che si intrecciano nelle 152 pagine di Je vais bien, ne t'en fais pas (i complessi d'inferiorità, l'incompletezza sentimentale, le difficoltà di comunicazione, la discriminazione culturale, la rappresentazione fotografica), ma quello che più colpisce nell'opera prima dello scrittore ventiseienne è la capacità di suggerire l'interiorità senza trucchetti introspettivi e l'abilità nell'allestire un'impalcatura narrativa tanto solida quanto discreta. Rinunciando ai fuochi d'artificio: "La Piccardia è un brutto posto, e perfino i liceali hanno l'aria un po' triste".
postato da: alespiet alle ore 12:46 | link | commenti (3)
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martedì, 10 novembre 2009

PUBLIC ENEMIES

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26 settembre 1933-22 luglio 1934: gli ultimi dieci mesi di vista di John Herbert Dillinger, nemico pubblico n.1 braccato da Melvin Purvis del Bureau of Investigation di John Edgar Hoover.


Abnorme realismo

“Dillinger non è ‘uscito’ di prigione, è esploso sul paesaggio. Ed era intenzionato ad avere tutto e a prenderselo subito” (Michael Mann).

Ancora una volta un film mannianamente abnorme: per tessitura narrativa (dozzine di personaggi e vicende parallele), durata (140’), formato (cinemascope) e arsenale di apparecchi impiegati (Arriflex 235, Arriflex 435, Sony CineAlta F23, Sony HDC-F950, Sony PMW-EX1). Esattamente tre anni fa, a proposito di Miami Vice, sentenziavo con l’abituale magniloquenza: “Il cinema di Michael Mann ormai risiede stabilmente nella grandiosità della forma, nell’iperbole visiva, nell’estremismo dello stile. Ogni suo film si spinge sempre più avanti nella ricerca di un realismo così radicale da trasfigurare in febbrile iperrealismo, apoteosi del dettaglio saturo di senso e dell’energia dardeggiante degli sguardi”.
Ebbene, oggi ribadisco il concetto, se possibile con maggior enfasi, e aggiungo che il realismo manniano non è un assioma astratto e into
ccabile, ma un postulato operativo flessibile che si presta a essere arrangiato in diversi modi, a patto che la distorsione non si riduca a banale alterazione sensazionalistica. La verità dei singoli fatti può anche essere manipolata in chiave drammatica, insomma, poiché a condurre le danze non è il mero scrupolo realistico, ma il progetto estetico nel suo complesso: “Quello che cerco di fare in Nemico pubblico è evitare di far apparire tutto velato da un convenzionale filtro nostalgico, evitare di far sembrare vecchie le cose. Se sei vivo martedì mattina 17 marzo 1934 le cose sono immediate; ti stanno davanti agli occhi. È una giornata fredda e piovosa, è Chicago ed è a colori. Sembra molto viva, e non è cambiato molto. Questo mi ha portato a immaginare di essere proprio lì e proprio in quel tempo” (Michael Mann, dal pressbook).

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Autenticazione digitale

A differenza del Lynch di INLAND EMPIRE, del Coppola di Un’altra giovinezza e del von Trier di Antichrist – per i quali la videocamera costituisce lo strumento privilegiato per condensare fantasmi, viaggi e conflitti ai limiti dell’indicibile – il Michael Mann di Nemico pubblico, in combutta col direttore della fotografia Dante Spinotti, non ricorre al digitale per incrementare il coefficiente di soggettività della pellicola, ma lo utilizza per acuire l’impressione di realtà, anche se ciò comporta metodi anomali e distorsioni ottiche: “C’è una combinazione di riprese macchina a mano, molto vicine alle facce degli attori, tutte realizzate con obiettivi lunghi. Ma nello stesso tempo, e contemporaneamente, abbiamo ripreso almeno una parte della scena. Questo serve a dare immediatezza e la sensazione di vedere tutto quello che succede in tempo reale” (Dante Spinotti, dal pressbook). Il digitale fagocita la pellicola: emblematica la sequenza in sala, dove il Newsreel in bianco e nero che mostra Hoover (Billy Crudup) decorare i junior G-Men viene riassorbito del film che stiamo vedendo.
Il cinema su
bisce un’intrusione vivificante, assiste allo sviluppo di una rappresentazione che sembra rianimarlo, il digitale si scaglia contro la pellicola per squarciarne i limiti e iscrivervi uno sguardo senza zone d’ombra: “Abbiamo sempre tenuto a mente il realismo estremo della situazione. Volevamo rappresentare, in modo aggressivo e vero, che cosa era quel tempo e cosa è la scena. Così abbiamo illuminato tutta la scena e raramente solo l’inquadratura” (Dante Spinotti). Dal momento che questa ricerca di autenticità contraddistingue da sempre l’opera di Mann (basti pensare a Strade violente, Heat o Insider), è pressoché pacifico osservare che la digitalizzazione del suo cinema si è compiuta tanto gradualmente quanto irreversibilmente: le singole occorrenze digitali di Alì (l’incipit con la corsa notturna di Will Smith) preludono all’alternanza digitale/pellicola di Collateral per sfociare infine nell’HD integrale di Miami Vice. Non si tratta di semplice aggiornamento tecnologico, ma di una vera e propria assolutizzazione delle forme dello sguardo, di radicale autenticazione del loro statuto veridittivo. Il cinema di Mann scassina il reale per intrufolarsi nei suoi luoghi oscuri (Collateral) e infiltrarsi nelle sue organizzazioni criminali (Miami Vice).

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Mann-Dillinger-Burrough

Eppure con Nemico pubblico non è più questione di esplorare i meandri dell’attualità, ma di misurarsi con un personaggio storicizzato dai media: la posta in palio è ancora più alta, il processo di digitalizzazione investe la memoria collettiva. Per l’immaginario americano Dillinger rappresenta una figura simbolica e ambivalente: da un lato le sue imprese criminali vennero inizialmente considerate la giusta punizione contro i potentati economici che avevano scaraventato il paese nella Grande Depressione e dall’altro, contraddittoriamente, la sua morte rappresentò la vittoria del New Deal di Roosevelt contro le tendenze distattiste annidate nella società. Agli occhi degli americani Dillinger castigò sì le banche ritenute responsabili della Grande Depressione, ma la sua morte, avvenuta il 22 luglio 1934, segnò paradossalmente la fine della Grande Depressione stessa, rassicurando i cittadini sull’efficacia dello sforzo affrontato congiuntamente dalle istituzioni per superare le difficoltà. Un simbolo, nel bene e nel male.
Per confrontarsi con una figura così cruciale, Mann ha potuto basarsi su un testo di straordinaria accuratezza storica: Public Enemies: America's Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933-34 di Bryan Burrough, un libro non-fiction impostato come un romanzo ma fondato su un’attendibilità inaudita. Burrough, per la prima volta nella letteratura consacrata agli eventi dei primi anni ’30, ha avuto accesso ai documenti originali custoditi negli archivi del Federal Bureau of Investigation, documenti desegretati solo alla fine degli anni ’80. Avvalendosi di fonti precedentemente riservate, Burrough ha dunque potuto scrivere “la prima storia esauriente della guerra al crimine dell’FBI, durata dal 1933 al 1936” (Burrough, p.X), corredandola di foto segnaletiche e cartine illustrative grazie alle quali si possono identificare i protagonisti e seguire gli spostamenti dei principali country bandits del periodo (la banda Barker-Karpis, John Dillinger, Machine Gun Kelly, Clyde Barrow e Bonnie Parker e Baby Face Nelson). Un testo così affidabile e circostanziato è ovviamente pane per i denti di Mann.

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Inesattezze sensate

Spalleggiato in sede di sceneggiatura da Ronan Bennett e Ann Biderman, Mann non ha tuttavia rispettato alla lettera l’accurata ricostruzione di Burrough, prendendosi numerose libertà drammaturgiche. Scorporando la vicenda di Dillinger dal quadro complessivo in cui è incastonata nel libro (Burrough affronta le vicende di quegli anni nella loro globalità, individuando nelle operazioni dell’FBI l’elemento unificante), i tre sceneggiatori hanno ritoccato la sostanza dei fatti apportandovi misurate ma significative variazioni. Ne cito soltanto due, le più macroscopiche, per ricavare il senso delle licenze creative: se nell’incipit del film vediamo Johnny Depp in azione durante l’evasione dei suoi complici dal penitenziario statale dell’Indiana a Michigan City (avvenuta il 26/9/1933), nel libro – e quindi nella realtà - John Dillinger è rinchiuso in una cella a Dayton, Ohio (cfr. Burrough, p.117); se nella sequenza successiva Christian Bale spara a Pretty Boy Floyd uccidendolo in un frutteto, nel non-fiction book di Burrough non solo Floyd muore tre mesi dopo Dillinger, ma non è neppure stabilita l’identità del suo giustiziere, dal momento che “diversi agenti spararono dalla posizione in cui si trovavano, altri mentre inseguivano il fuorilegge” (Burrough, p.425).
Quale potrebbe essere il senso di simili alterazioni? Trattandosi di un lungometraggio di finzione e non di un documentario di Quark, la risposta sembrerebbe scontata: semplificazioni narrative. Eppure ci troviamo di fronte a due smaccate infrazioni al partito preso del realismo, per di più collocate in apertura di film: la questione è verosimilmente più sottile e va ricondotta alla caratterizzazione dei personaggi. Facendo comparire Dillinger a Michigan City (e dunque scarcerandolo cinematograficamente), Mann raggiunge un duplice obiettivo: da un lato amplifica l’inafferrabilità del bandito quasi smaterializzandolo (lo status fantomatico di Depp non farà che crescere per tutto il film, raggiungendo l’apice nella visita solitaria alla sezione Dillinger) e dall’altro gli associa il nucleo tematico della reciprocità e della mutua assistenza, chiodo fisso di mister Johnny, che, ironia della sorte, finirà per trovarsi solo. Parallelamente, facendo entrare in scena Purvis a fucile spianato, lo connota senza indugi come un cavaliere della morte che intende ricoprirsi di gloria oscurando l’operato dei suoi collaboratori. Infrazioni che, pur discostandosi dalla realtà evenemenziale, restituiscono perfettamente la dimensione psicologica delle parti in causa [1].

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Mann in Shooting Action

È la verità degli uomini, più che quella degli eventi, ad assillare Mann in Public Enemies: cogliere le loro percezioni, le differenti modalità con le quali organizzano lo spazio e il tempo attorno a loro, il modo in cui il loro sguardo e le loro azioni si installano nell’ambiente, modificandolo, opponendogli resistenza o adattandovisi passivamente. In questo senso vanno le dinamiche visive delle sparatorie: gli scontri a fuoco sono girati subordinando la balistica alla logistica. Non sono le traiettorie dei proiettili a contare, ma le posizioni occupate dagli uomini, le loro ansiose operazioni di ricarica, il loro riparo: il luogo di deflagrazione e quello d’impatto decidono la gestione degli spazi e la distribuzione dei punti macchina.
Non potrebbe esserci antitesi più netta rispetto all’action hollywoodiano contemporaneo (si pensi a Wanted) o a quello asiatico (totalmente consacrato al bullet ballet). Prestate attenzione (o ripensate) alla sparatoria fuori dalla banca di Sioux Falls (quella in cui Johnny viene ferito): tranne un paio di brevissime inquadrature, tutti gli altri punti macchina sono assegnati alle postazioni della banda, la maggior parte dei quali riprendono le loro espressioni mentre sparano, si prestano soccorso o ricaricano[2]. Girato laddove possibile nelle location dove i fatti hanno avuto luogo[3], Nemico pubblico è un film che più di ogni altra opera manniana subordina lo spazio agli uomini, ai loro volti (la sovrabbondanza di primi e primissimi piani) e alle loro parole (le continue richieste fatte da Johnny a Billie Frechette/Marion Cotillard di ripetere le sue frasi, il messaggio di addio in punto di morte). Oltre il cinema, oltre il tempo, la visione si eterna in uno sguardo che si perde nel nulla. “Bye Bye Blackbird”.


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Recensione già pubblicata sugli Spietati (www.spietati.it)


[1] Nonostante le discrepanze, Burrough si è detto soddisfatto della sceneggiatura di Mann-Bennett-Biderman: “I’ve read the Public Enemies script and, no, it’s not 100 percent historically accurate. But it’s by far the closest thing to fact Hollywood has attempted, and for that I am both excited and quietly relieved”, http://www.vanityfair.com/online/daily/2008/03/bryan-burroug-2.html.

[2] Forse solo James Gray ha avuto altrettanto coraggio nel deprivare cineticamente una shooting action, per di più automobilistica, nei Padroni della notte.

[3] Il Carcere di Lake County a Crown Point nell’Indiana, la pensione Little Bohemia a Manitowish Waters in Wisconsin e il Cinema Biograph in Lincoln Avenue a Chicago, in Illinois.

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lunedì, 09 novembre 2009

NEL PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE

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Wild Child

“Siamo andati davvero d’accordo: Spike, Maurice [Sendak] e io abbiamo sempre avuto gli stessi obiettivi per il film, e anche per la novelization [dal libro illustrato di Maurice Sendak e dalla sceneggiatura elaborata insieme a Spike Jonze, Eggers ha scritto un romanzo, intitolato The Wild Things], che erano quelli di ricostituire gli elementi pericolosi del libro. Poiché, quando uscì [nel 1963], fu piuttosto controverso e ad alcuni bibliotecari non piacque, e gli psicologi dell’infanzia pensarono che fosse di poco aiuto. Ed era davvero moralmente ambiguo in qualche modo. Mostrava un bambino che disobbediva alla madre e agiva da pazzo – cosa che fanno tutti i ragazzini, ma che tuttora non si vede molto nella letteratura per bambini. È troppo spesso, penso, ripulita” (Dave Eggers).

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Scorribande domestiche, rimproveri a una staccionata, battaglie di neve, igloo abbattuti rovinosamente, camere da letto messe a soqquadro, letti a castello fortificati, proteste alimentari contro il mais surgelato, morsi lupeschi alla madre, fughe a perdifiato: tutto questo accade nei primi dieci minuti di Where the Wild Things Are, espansione filmica sceneggiata a quattro mani da Dave Eggers e Spike Jonze dell’omonimo libro illustrato di Maurice Sendak (poco più di trecento parole scandite da prodigiose tavole disegnate) e diretta dallo stesso Jonze. Poi la burrascosa traversata con la piccola barca a vela che sembrava aspettare proprio Max (Max Records, un dodicenne che dà la paga a intere generazioni di adulti) e l’arrivo nell’isola Where the Wild Things Are. Gli occhi di Max fanno da bussola all’intera vicenda, il suo sguardo genera la visione: le sue soggettive non sono soltanto espedienti retorici, ma autentiche creazioni immaginarie.

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L’impulsivo Carol, il comprensivo Douglas, la bisbetica Judith, il remissivo Ira, il trascurato Alexander e la protettiva KK sono creature partorite dall’immaginazione di Max, che trasferisce in esse, ingigantendole, figure e aspetti psicologici della sua vita reale: se la sorella Claire e il suo ragazzo sono trasfigurati nella coppia Judith/Ira e KK riqualifica la madre, Max si divide nelle due creature antitetiche di Carol, emozione incontrollata che salta e devasta le capanne, e Alexander, vulnerabilità in cerca di attenzioni inappagate. Come sotto le pellicce delle wild things si muovono attori in carne e ossa (solo le facce delle creature sono state animate in CGI per renderle somiglianti a quelle del libro), così dietro alle creazioni immaginarie di Max si agitano, scomposte, le forze emotive che lo compongono come soggetto in fieri: un vero e proprio teatro mentale in cui mettersi in scena. Max si osserva attraverso il caleidoscopio della finzione.

Un'immagine del film fantastico Nel paese delle creature selvagge, diretto da Spike Jonze

Eppure, e questo è il quid sconcertante che strappa Nel paese delle creature selvagge alla dimensione del film per bambini, le figure create da Max non sono imprigionate nei loro ruoli allegorici, ma si affrancano dal dato psicologico iniziale per ribellarsi all’autorità sovrana. Carol passa dalla venerazione allo scetticismo e da questo alla fame di vendetta per ululare infine un sentimento di dolente tenerezza; Alexander accantona improvvisamente i toni piagnucolosi e recriminatori per rivolgersi schiettamente a Max e metterlo in guardia dall’eventuale scoperta della sua reale identità da parte di Carol; la burbera e pesante Judith lascia trapelare una struggente dolcezza alla sua partenza. È come se la mente di Max dimenticasse le regole di scomposizione precedentemente applicate e lasciasse piena autonomia alle creature, ponendole progressivamente sul suo stesso piano. In questa evoluzione non priva di risvolti minacciosi, il film degenera: le creazioni immaginarie di Max sono sì allegorie di sentimenti e forze psicologiche elementari, ma animate da una vivacità e un'imprevedibilità assolutamente inusitate.

Max Records in una sequenza film Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze

Molto meno pasticciato del precedente Adaptation e molto meno cerebrale dello splendido Being John Malkovich, Nel paese delle creature selvagge è una pellicola inclassificabile per genere (Coming-of-Age? Fantasy? Apologo surreale? Adventure?) e spartito narrativo (tempi laschi, andatura irregolare, plot sbrindellato) che pospone la compattezza del racconto alle tensioni emotive che lo abitano. Non mancano le sequenze di giubilatorio putiferio (il wild rumpus scatenato da Max subito dopo la sua incoronazione, la furiosa battaglia di zolle tra i buoni e i cattivi) e di preoccupante agitazione (la devastazione delle capanne, il parapiglia che costa un braccio all’imbelle Douglas), ma ad avvolgere il tutto è una serpeggiante atmosfera di malinconia e aggressività (gli elementi pericolosi accennati da Eggers) che dà al film una tonalità affatto singolare, in bilico tra irruenza infantile e malizia adulta, senza che una prevalga sull’altra.

Ancora Max Records in una concitata scena di Where the Wild Things Are

Una singolarità esaltata dalla mercuriale camera a mano di Spike Jonze, dalla fotografia umorale del fido Lance Acord e dal commento musicale di toccante varietà firmato da Carter Burwell e Karen O & The Kids (All Is Love e Hideaway i brani più suggestivi). Girato per lo più in Australia (nei dintorni di Melbourne) e prodotto dalla Warner Bros (80 milioni di dollari e una gestazione lunga e travagliata), Where the Wild Things Are fa infine della contraddittorietà il proprio nucleo tematico (il bisogno di istituire un'autorità sovrana per poi metterla in discussione e distruggerla), sgretolando intimamente i conati di megalomania nella m(od)esta accettazione di una dolce dipendenza: nessuna crescita catartica ed esaltante, giusto riconoscersi nel proprio nome. Dritto al cuore.

Una toccante immagine del film Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze

 
Recensione già pubblicata sugli Spietati (www.spietati.it).
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giovedì, 05 novembre 2009

DILLINGER

Dillinger (1973) di John Milius con Warren Oates, Ben Johnson, Michelle Philips, Cloris Leachman

Le gesta incrociate di John Dillinger, "nemico pubblico numero uno" ,e Melvin Purvis, mastino dell'FBI. Tra il 1933 e il 1934.



Cantore di un epos che si trasfonde in action, John Milius, al suo primo lungometraggio cinematografico, gira uno dei gangster movie più feroci e forsennati della storia del cinema americano fino agli anni '70. Fucili a pompa, mitragliatrici che sventagliano raffiche ad altezza uomo, pistole sfoderate a ogni piè sospinto, bombe a mano che piovono dai tetti: Dillinger sfoggia una panoplia bellica che non ha niente da invidiare a un film di guerra di Sam Fuller.



Eppure le esplosioni di violenza sono scomposte da inquadrature che le deformano espressionisticamente, distorcendole in chiave grafica (parabrezza crivellati di colpi, particolari ultraravvicinati) e iperrealistica (zampilli di sangue che imbrattano i muri, sparatorie ipertrofiche e assordanti). Lo stile di Milius si rifà esplicitamente alle fotografie incastonate nelle prime pagine dei giornali d'epoca: immagini che servivano a illustrare la mitopoiesi in presa diretta costruita dai cronisti attorno ai Public Enemies del periodo. Sensazionalismo enfatico, mitografia sul campo.



L'intento è chiaro: rappresentare gli scontri a fuoco rivisitando e rielaborando i codici figurativi sfruttati dalla stampa dell'epoca per illustrare l'alone leggendario che circondava i più celebri rapinatori degli anni immediatamente successivi alla Grande Depressione del 1929 (non solo John Dillinger, ma anche Machine Gun Kelly, Pretty Boy Floyd e Baby Face Nelson). E' come se Milius avesse girato, colore a parte, il film che un regista (o un cronista o un fotoreporter) americano dei primi anni '30 avrebbe girato se non ci fosse stato il famigerato Codice Hays (adottato nel 1930 dalla MPPDA e applicato effettivamente dal 1934).



La stessa prassi sfrenata e irriverente investe la materia narrativa: sbarazzatosi dell'obbligo di glorificare le figure istituzionali al motto di Crime Does Not Pay (celebre serie di cortometraggi prodotta dalla MGM a partire dal 1935), il cinema americano degli anni '70 può confrontarsi liberamente con le forze dell'ordine, smascherandone la brutalità dei metodi e la smaccata vanità dei rappresentanti. Il temibile mastino dell'FBI Melvis Purvis (Ben Johnson) può finalmente essere rappresentato senza censure ed essere assimilato al rapinatore Dillinger (Warren Oates): minimo comune denominatore la sete di fama.





Anzi, Milius si spinge oltre, dipingendo l'ambizione di Purvis (e indirettamente del direttore dell'FBI John Edgar Hoover) come più disumana e letale di quella della banda Dillinger: se Dillinger e soci risparmiano uno dei loro membri, benché gravemente ferito, perché "ha diritto a vivere", Purvis non si fa scrupolo alcuno a imbottire di piombo Handsome Jack Klutas ("Sapevo che non l'avrei mai preso vivo e quindi non ci provai neanche", proclama in voce over). G-Men più gangster dei gangster in Dillinger: un film da prima pagina, crepitante come un mitra e delirante come un sogno di gloria. Irrorata di sangue.

postato da: alespiet alle ore 16:06 | link | commenti (5)
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lunedì, 02 novembre 2009

The Wild Things

The Wild Things

Un link utile per leggere la prima parte (dall'inizio nella casa di Max fino allo scatenarsi del putiferio nella foresta) del romanzo The Wild Things di Dave Eggers, "vagamente basato sulla graphic novel di Maurice Sendak e sulla sceneggiatura scritta insieme a Spike Jonze".

http://www.newyorker.com/fiction/features/2009/08/24/090824fi_fiction_eggers?currentPage=all

E' un estratto pubblicato il 24 agosto 2009 sulla celebre rivista "The New Yorker": il testo del romanzo di Eggers differisce sia dalla graphic novel di Sendak (ovviamente, visto che si tratta di una storia di 10 frasi e 150 parole in tutto) sia dalla sceneggiatura di Where the Wild Things Are (e questo è già meno scontato). Leggerlo dopo aver visto il film sollecita tutta una serie di domande sui cambiamenti apportati. Domande non necessariamente fondamentali, ma son comunque domande, eh!


postato da: alespiet alle ore 15:09 | link | commenti
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